“Sulle spalle dei giganti” – Quarto incontro

Il razionalismo illuminista e il classicismo di Foscolo. Il culto della ragione

Chi sono i veri nemici della ragione?

2 marzo 2017

Maurizio Botta: io farò anche qualcosa di meno di un saluto, proprio solo un avvio. Sono contento di farlo perché tra virgolette me lo merito perché ho seguito tutto il tragitto dal primo incontro ed è qualcosa di realmente avvincente e tutte le volte sono arrivato molto affaticato, molto stanco, penso come molte persone, però non mi è mai capitato andando via di dire “non ne è valsa la pena”, ma è sempre qualcosa di bello. La riflessione di stasera e il tema volevo introdurli facendo solo una piccola riflessione sulla libertà. Mi è capitato di fare uno dei cinque passi sulla realtà della scelta e dello scegliere e il grosso equivoco che c’è mi sembra che sia sul tema della libertà, sul tema dell’io. Perché c’è una visione molto ideale del libero arbitrio per cui si vorrebbero avere sempre tutte le possibili scelte aperte davanti. Questo tipo di visione della libertà, di un io con tutte le possibilità di scegliere sempre in ogni momento e ovunque, ecco, questa visione della libertà è considerata moderna, è spinta, è amata, è celebrata. Però a mio avviso questa è una libertà immatura, è adolescenziale perché è sempre svincolata dalla persona umana. Non esiste libertà senza un altro. Tu potenzialmente puoi studiare tutto, puoi approfondire tutto, ma in realtà non è vero. Tu approfondirai solo quello che qualcuno ti ha fatto amare. Se tu incontri un professore che ti dà il senso del vivere e il senso di quello che tu stai facendo, attraverso la bellezza, quella libertà sfida la tua e tu potrai anche studiare. Altrimenti siamo in presenza di qualcosa di teorico. Penso che questa sera il tema, oltre a quello della libertà e dell’io che verrà toccato, da quello che mi ha anticipato Franco, sia anche il tema del limite sottostante. Allora volevo lasciare la parola a lui con una frase che ho sbobinata questa sera e che quando l’ho sentita sono sobbalzato. Ve la leggo. “Nella vita sinceramente ho sempre cercato, mi è sempre piaciuto frequentare i limiti, di tutto. Il senso del limite credo che ci sia proprio all’interno. Perché ci sono dei limiti in effetti. Anche questa è una cosa che ho scoperto. E la libertà ha un senso sempre se è all’interno comunque di un limite perché se no non è libertà, se no è un casino, un caos”. Questa è la sbobinatura parola per parola di una frase detta da Vasco Rossi, in una intervista che secondo me è particolarmente interessante perché per noi, per molti di noi, Vasco Rossi è l’icona della trasgressione. Lui arriva in un’intervista a dirti che non c’è libertà senza limiti, e il limite fondamentale che viene disgregato, che viene distrutto e messo in discussione, è quello che è il rapporto con chi ci precede. Se tu non hai la pietas per il passato non ti percepisci su spalle di giganti. Cioè quando tu non riconosci questa realtà, questo dato di fatto che tu non puoi nulla senza prendere in considerazione quello che hai ricevuto, allora tutto è costruito su una grande menzogna.

Spero che questa introduzione sia utile.

F: Dico solo “che mondo se i preti citano Vasco Rossi e i laici il papa!”, qualcosa sta cambiando e andrebbe capito! Ma ha un suo significato e una sua bellezza proprio questo uscire dei preti da un clericalismo per cui sembrerebbe che debbano parlare di cose che non c’entrano con la vita e da parte dei laici il processo inverso: vivere la vita sentendo pertinente il richiamo alla fede. Lo dico così.

Come sempre sono imbarazzatissimo, non so da che parte cominciare né tantomeno dove arriveremo ma ci provo con la consapevolezza che ormai mi conoscete, mi pare siate i fedelissimi stasera, e quindi dò per scontate le prime tre serate perché più si allunga il percorso meno è possibile riprenderle. Faccio solo un richiamo velocissimo al punto a cui siamo arrivati e cioè cercando di rispondere alla domanda che regge il libretto famoso, La coscienza religiosa nell’uomo moderno, l’ipotesi formulata da don Giussani, cosa è successo nella storia europea perché la coscienza religiosa dell’uomo moderno, il modo con cui stiamo davanti alla realtà e alle cose e a Dio e alla religione e alla Chiesa è così mutato e sbriciolato nella coscienza europea. Cosa è accaduto? Le due domande che lui fa sono: è l’umanità che ha abbandonato la chiesa o la chiesa che ha abbandonato l’umanità? Abbiamo provato a tracciare una prima ipotesi di risposta. Alla prima domanda se sia l’umanità che ha abbandonato la Chiesa abbiamo risposto facendo vedere, guardando insieme come è andata la cosa, come è stato possibile che l’avvento del cristianesimo abbia portato l’uomo a una consapevolezza di sé grande, buona, positiva, tanto che, Giussani stesso riprende Eliot, tanto che pareva che l’uomo avrebbe camminato sempre con fatica ma con sicurezza nella nuova strada. Questa strada invece è stata abbandonata e abbiamo visto che il Medioevo aveva quella caratteristica unità culturale che tanto ci fa amare Dante e la Divina Commedia, quell’unità è andata pian piano affievolendosi soprattutto nella élite intellettuale che pian piano elaborava un certo nuovo sentimento dell’uomo, della ragione, della libertà. Nell’incontro, l’ultimo che abbiamo fatto da don Fabio Rosini, attraverso l’affresco di Lorenzo Lotto abbiamo cercato di capire il nodo, il centro, la questione posta dalla Riforma Protestante che tanto peso ha avuto in questo cambiamento così radicale, nel cambiamento che l’uomo occidentale ha vissuto nel modo in cui intendeva se stesso e il suo rapporto con Dio e con la realtà. Abbiamo accennato ad alcune conseguenze.

Anche oggi dovrete perdonarmi, chi di voi insegna, chi ha il gusto per la filosofia, per la storia, ma anche per la letteratura, anche stasera patirà una mia eccessiva semplificazione, rozzezza, perché dirò le cose per titoli senza poterle magari spiegare adeguatamente ma abbiate pazienza, è la natura di un percorso come questo che ha la pretesa di offrire molte più domande che risposte, molti più suggerimenti perché poi andiate voi ad approfondire le cose che non completezza di discorso. Fatto sta che vorrei provare a dire qualcosa su quello che chiamiamo razionalismo, cioè l’idea moderna di ragione, che ha dentro tutti quegli equivoci che Maurizio diceva prima, uno dei quali fondamentale, che è proprio l’equivoco sulla natura della libertà. Io imposterei la cosa coì: la dico proprio semplice, magari aiutatemi visto che siamo in pochi, interrompetemi, chiedetemi, si può fare proprio stasera una chiacchierata. Però a me sembra che quel che è cambiato nel corso dei secoli, quel che si è costruito fino a identificarlo in un pensiero, in una filosofia precisa che va sotto il nome di “razionalismo” in fondo è una svista, è un errore, mi verrebbe da dire, una menzogna costruita nei secoli. Ma a partire da un dato fondamentale, cioè che è andata smarrendosi la giusta posizione dell’uomo di fronte alla realtà. Questa cosa è forse la questione fondamentale da capire perché il problema religioso, quante volte ho cercato di spiegarlo anche ai ragazzi a scuola, nasce nell’uomo dal rapporto con le cose, l’abbiamo detto tante volte anche leggendo Dante. Se immaginiamo un bambino che nasce, che apre gli occhi sulla realtà o immaginiamo un paragone proprio di don Giussani, se immaginassimo di nascere, di uscire dal ventre di nostra madre con la coscienza che abbiamo adesso, adulta, cosa succederebbe? È un assurdo da un certo punto di vista ma illuminante. Se aprissimo gli occhi sulla realtà per la prima volta che cosa registreremmo come primo istintivo moto dell’anima, della ragione, del cuore? Quale problema si aprirebbe alla nostra intelligenza come primo, esistenzialmente come primo? Il problema del rapporto con le cose, del rapporto con la realtà. La realtà nel suo esserci ci interpellerebbe perché è la realtà, è l’aprire gli occhi sul reale che mette in moto l’animo dell’uomo, la ragione dell’uomo come desiderio, come capacità di affezione, come immagine del futuro. La realtà tira a sé l’uomo e lo muove a fare dei passi e a prendere sempre più coscienza di sé e delle cose. In questo processo che inizia come stupore, ecco la parola giusta, stupore, come meraviglia, si pone alla ragione dell’uomo pian piano e inevitabilmente il problema di Dio. Cioè la realtà ti interroga fino a esigere che tu ne scopra il suo significato profondo: da dove viene, dove va, che senso ha, chi l’ha fatta. Perché se c’è una cosa che l’esperienza dell’uomo fa emergere subito dall’inizio è proprio questa: l’evidenza di una dipendenza. La realtà mi precede, viene prima di me. Io entro nella vita e partecipo di un dato nel senso più nobile del termine, dato, dono, regalo, gratuità assoluta, che mi precede, che è più grande di me. L’obbedienza a questa legge, a questa originaria dipendenza dall’essere, a questo stupore che forse è la ragione profonda per cui Gesù dice “se non ritornerete come bambini siete fuori dal regno dei cieli, non potete accogliere e riconoscere la verità”, questa originale dipendenza è la questione culturale decisiva. Cosa è successo alla modernità nella sua evoluzione? Cito solo un filosofo che conosciamo un po’ tutti almeno per sentito dire, che a me che non sono laureato in filosofia pare essere un po’ sintesi e origine di questa posizione, Cartesio. Uno che a un certo punto ha detto: “Qui la realtà forse non è nemmeno vero che ci precede, bisognerebbe forse – e lo fa – fare il processo inverso. Partire da un punto di pensiero e da lì rifare, ricostruire la realtà”. Detto così capisco che si capisce poco ma almeno come rovesciamento di termini si intende. Uno che dice “facciamo finta che la realtà non esiste. Siccome nulla è davvero certo, la verità è un’opinione, nulla di sicuro, non c’è un punto sicuro di partenza per la riflessione dell’uomo davanti alle cose, via via dubitando di tutto, il dubbio metodico, arrivo all’unica cosa che pare essere certa, il mio stesso pensiero. Cogito ergo sum. E ripartendo dal pensiero faccio la strada inversa e ricostruisco la realtà”. Questa posizione, questa filosofia che detta così sembra difficile, è la ragione per cui si ha quella concezione di libertà che dicevamo prima, che è una menzogna evidente. La libertà non è assenza di legami ma è appropriarsi del valore dei legami che ci sono dati. Forse è un esempio che ho fatto altre volte ma sta bene anche rifarlo: quando a scuola si ragionava con i ragazzi della libertà dicevo sempre: “Provate a scrivere la definizione che dareste voi di libertà, se volete facciamo la scommessa che indovino tutte le definizioni che date”. Ne scrivevo tre o quattro, raccoglievo quelle dei ragazzi e in effetti scrivevano tutti le stesse scemenze. E cioè: libertà è non avere legami, libertà è non dipendere da nessuno, libertà è poter fare quello che voglio”. E ci voleva pochissimo a renderli edotti del fatto che erano scemenze, cioè che non esiste nella pratica della vita, non funziona così. Avete forse scelto quando nascere? No, anzi siete l’esito della volontà di altri che per un atto d’amore vi hanno creati. Scegliete forse i gusti che avete? No, li avete ricevuti in eredità, ma neanche come è fatto il naso o il colore dei capelli o degli occhi avete scelto: dipendono, dipendete. E glielo fai vedere. E gli fai vedere che sono tanto più ricchi quante più relazioni vivono, cioè quanti più legami stabiliscono e via via si può ragionare di questa cosa e loro si scoprono vivere in una sorta di menzogna collettiva dove le menzogne più gravi sono date per scontate.

Bene, questo pensiero che di fatto esercitiamo tutti, lo esercita la scuola, il genitore, spesso anche i preti, e si fa fatica ad uscirne, ed è proprio una concezione che si è elaborata a partire da certe filosofie dell’uomo che rinuncia o lascia perdere o taglia in modo definitivo o si illude di tagliare in modo definitivo con quella tradizione religiosa che abbiamo identificato con il Medioevo e che cambia il modo di stare davanti alle cose in nome di una presunta autonomia. Se non si capisce questo secondo me anche del problema religioso e di come è impostato e della fatica che facciamo a vivere la fede non si capisce nulla perché questa è la questione che stabilisce il nesso tra ragione, scienza, libertà, fede, Madonna, miracoli, vita della Chiesa, sacramenti. Altrimenti la fede continuerà ad essere in qualche modo giustapposta come un’etichetta su una bottiglia il cui contenuto invece è il contrario della fede. Bisogna avere il coraggio di guardare questa questione. Mi vengono in mente tanti esempi ma uno in particolare per me è stato illuminante, quando ho ospitato un ragazzino molto malato, malato di testa, che una volta mi chiese “spiegami il ’68” e io gli raccontai un po’ il movimento, cos’era successo, le botte che c’eravamo dati, rossi e neri, il casino che c’è stato negli anni ’60-’70, ci torneremo su nelle prossime serate perché lì è il momento in cui quella cultura è diventata nostra, è stata la rivoluzione culturale che abbiamo patito. Beh insomma gli racconto un po’ come sono andate le cose e lui, 16 anni, si ferma e dice: “Però a voi è andata bene, perché a voi hanno fregato soltanto la fede, a noi invece (e si riferiva alla generazione di adesso) hanno portato via la condizione stessa della fede, cioè il sentimento della realtà”. E me l’ha spiegato in modo meraviglioso, mi ha detto: “Vedi Franco voi potevate anche essere nemici politicamente e farvi la guerra e spararvi per le strade neri contro rossi, ma se alla sera vi foste trovati attorno a un tavolo di fronte a un bicchiere di vino era fuori discussione che quello era un bicchiere di vino. Noi no, noi non abbiamo ragioni ideali per litigare, ideologie forti da difendere. Ma la nostra tragedia non è neanche questa, è che davanti a un bicchiere di vino non sappiamo più essere sicuri che è un bicchiere di vino”. E mi sono venuti in mente tanti episodi, tante cose, tante malattie, tante patologie, tante incertezze. Mi è venuto in mente quel ragazzino tanti anni fa che mi disse quasi piangendo, ma era piccolo, erano i primi anni che insegnavo ed ero ancora alle medie che mi disse: “Profe io ho paura a entrare nella camera dove dorme mia madre, al buio, perché non sono sicuro, nel buio, di che cosa ci sia lì dentro e mia madre si potrebbe rivelare un mostro, una strega”. E uno improvvisamente fa mente locale e dice “ma da dove viene un bambino con una insicurezza così radicale sul rapporto che dovrebbe essere in special modo quello che ti fa consistere, ti fa essere?” È tutto questo problema del rapporto con la realtà: si è preteso di rifare tutta la realtà a partire dal pensiero e ciò che conta non è più la realtà come primo dato, quel che c’è, quel che Dio ha fatto, ma è il pensiero che ho io sulle cose, ma il pensiero che io ho sulle cose ahimè se ne va per sentieri che nessuno controlla in modo definitivo. Tant’è che la filosofia moderna ha prodotto quel che ha prodotto.

E se stiamo alla storia, la storia in senso stretto, va detto almeno questo: che a un certo punto una certa cultura ha pensato: “Adesso basta! Adesso possiamo considerarci sufficientemente maturi!” La formula usata fu: “L’uomo è uscito dallo stato di minorità, finalmente siamo diventati grandi, siamo maggiorenni e non abbiamo più bisogno della tutela dei preti, della Chiesa, del padre che è una funzione evidentemente inventata. Insomma, l’uomo può fare a meno del padre”. Del Padreterno, del padre in senso più ampio e, come vediamo oggi, del padre perfino fisiologico ormai. È stata mossa questa guerra al padre che è una guerra alla dipendenza dalla realtà e da chi la fa.

E c’è stato un momento preciso, il 1789, dove quella cultura ha provato a rifare il mondo. È stato un primo esperimento, io lo definisco sempre così a scuola, è stato come se in 25 anni in un’accelerazione pazzesca della storia, quel processo avesse avuto la presunzione di essere arrivato al suo compimento e avesse tentato l’esperimento di rifare il mondo, letteralmente. L’ancien regime, il vecchio mondo, viene buttato alla malora e si tenta la costruzione di un mondo nuovo, favorito da alcuni elementi, li ho accennati la volta scorsa, li accenno solo perché non c’è tempo e modo di approfondirli però è utile che li abbiate sullo sfondo. Il primo è la Riforma Protestante di cui abbiamo parlato la volta scorsa che ha avuto quelle conseguenze nella concezione del rapporto tra l’uomo e il divino, tra l’uomo e la storia, tra l’uomo e la scrittura, che ha avuto anche una conseguenza storica determinante, le cosiddette guerre di religione. Non stiamo adesso a indagare quale fosse la vera ragione di quelle guerre che non furono guerre di religione, furono guerre come sempre di interessi economici e politici che hanno usato la religione per giustificare i loro scopi. Fatto sta che qualcuno ha iniziato a insinuare il dubbio: allora, se l’uomo cerca la felicità, cerca la pace, cerca una fraternità tra gli uomini, la religione non aiuta. La religione ha suscitato guerre e orrori e massacri tali che evidentemente è una strada a fondo chiuso. L’abbiamo percorsa, questo è il risultato. C’è da trovare qualcosa d’altro su cui fondare la fraternità tra gli uomini. Perché il problema è sentito acutamente e giustamente: il problema è se sia possibile fare esperienza della libertà vera, di una fraternità vera, di una uguaglianza vera. Si pensa di potere, e si capisce che il cristianesimo aveva parlato di queste tre cose, aveva portato queste tre cose fallendo. La presunzione di quei tre uomini fu “proviamo a essere cristiani senza Cristo, proviamo ad affermare i valori che ci sono stati consegnati in qualche modo dalla nostra tradizione greco-giudaico-classico-cristiana, ma facendo a meno del cristianesimo, della Chiesa, perché quello è un binario morto che la storia ha decisamente seppellito una volta per tutte. Proviamoci a partire dalla cosa che invece sembra accomunare tutti gli uomini di tutte le razze, di tutti i paesi, di tutte le lingue e cioè la ragione. “Gli antichi non lo sapevano, non potevano accorgersene, erano bambini, avevano bisogno della tutela dei preti, avevano bisogno di sognare paradisi nell’aldilà. Noi no, noi siamo grandi, maturi, abbiamo preso coscienza della potenza della ragione e la dea ragione diventa la nuova divinità a partire dalla quale si prova a rifare il mondo. La rivoluzione francese è il primo tentativo violento di rifare il mondo a partire da questo assunto, da questo percorso. L’uomo nuovo che prova a rifare le cose perché la realtà, la ragione non è più pensiero sull’esperienza, su un dato, ma il contrario, la ragione si muove e produce la realtà, la cambia, la rende quello che deve essere. Però bisogna rendersi conto di questa cosa perché la mia tesi fondamentale è questa: perché qui poi entra tutta la questione dell’equivoco che la Chiesa ha vissuto a partire da allora. Qui Maurizio puoi intervenire, puoi contestare, o chi se ne intende più di me. Io provo solo a buttare lì l’idea che mi son fatto per quel poco che ho vissuto e capito fin qui. E cioè che deve essere successo qualcosa del genere: nel 1789, con la Rivoluzione Francese, è partita una parabola che ha cercato di costruire il paradiso, la terra come dev’essere e la convivenza tra gli uomini come dovrebbe essere a partire da quell’assunto che abbiamo detto: lasciamo perdere la religione, il Padreterno, la Chiesa, con il dato di ragione proviamo a ricostruire la realtà. E ci hanno provato ma come sapete è una parabola che è finita nel terrore e nelle guerre napoleoniche, quanto di più devastante l’Europa abbia conosciuto, fino a quel momento. Perché sulle guerre napoleoniche ci sarebbe tanto da dire, Napoleone per me è l’incarnazione nel senso più negativo del termine di questo tentativo dell’uomo che finisce nel male assoluto, in una concezione dello stato. Pensate solo a queste due o tre cose: la costituzione civile del clero, ma anche solo il fatto che Napoleone inventa la coscrizione obbligatoria, cioè l’idea che lo stato diventa padrone della vita dei suoi cittadini, padrone assoluto, se devi partire parti. Fino a quel momento la coscrizione obbligatoria non era mai esistita, la guerra tendenzialmente la faceva chi aveva voglia di farla, il soldato era l’uomo che sceglieva di guadagnarsi il pane, il soldo, facendo il mestiere del soldato. Per la prima volta lo stato diventa ufficialmente il padrone della vita dei suoi cittadini e ne stabilisce la fine, e si potrebbe dire molto altro ma stasera non c’è molto tempo.

Perché a me colpisce questo: venticinque anni in cui la storia è come se, ripeto, con un’accelerazione pazzesca, facesse un esperimento e la provvidenza facesse perciò vedere che cosa succede se quel pensiero, se quella filosofia viene portata alle estreme conseguenze. Succede un bagno di sangue, il terrore, la ghigliottina, Robespierre, e immediatamente dopo, sempre armati degli ideali rivoluzionari, l’invasione dell’Europa e il disastro. Venticinque anni, questa parabola si chiude e ahimè la Chiesa e i potenti del tempo cosa pensano di fare? Pensano di fare finta di niente, forse io un po’ presuntuosamente dico che è qui che la Chiesa ha perso la grande occasione di raccogliere la sfida della modernità che siamo costretti a raccogliere adesso. Ma lì l’ha proprio persa, non si è accorta. Ha pensato che sarebbe bastato far finta che le cose potessero essere messe a posto, appunto la “Restaurazione”, “facciamo finta che non è successo niente, riprendiamoci il potere e le forme di vita e la tavola di valori, sconquassata da quel pensiero e da quella rivoluzione, riprendiamocela e rimettiamo tutto a posto. Tutto va avanti come prima. Facciamo finta che non sia successo niente”. La cosa tragica è che far finta che non fosse successo niente ha voluto dire semplicemente che il processo è ricominciato da capo in modo molto più lento e si è sviluppato con una parabola identica, invece che nell’arco di 25 anni ne ha occupati 200. Le date impressionano sempre i cultori di storia. 1789-1989, la caduta del muro di Berlino e la fine di quella che chiamiamo l’epoca delle ideologie. 200 anni che hanno visto il terrore, i gulag, il nazismo, due guerre mondiali, la distruzione dell’Europa. Quello che si era visto accadere in quei 25 anni non riconosciuto, non giudicato, non capito, (qualcuno ha scritto che l’uomo se non conosce il passato è destinato a ripeterlo) si è ripetuto su scala planetaria provocando la tragedia che è stato il secolo scorso.

Allora qui si apre una delle questioni fondamentali e cioè, come dicevo prima, sono cambiate tante cose: la riforma protestante e questa concezione della religione fallimento ai fini della felicità dell’uomo, la scoperta del nuovo mondo, per cui evidentemente saltano i parametri usuali, quel che è al centro non è più al centro. Inoltre la scoperta del nuovo mondo incrementa anche il mito che sarebbe interessantissimo approfondire anche perché ha segnato la cultura della nostra scuola: quella che ho fatto io, quella che avete fatto voi, molto più di quanto pensiamo, il mito del buon selvaggio. La nostra sarebbe una civiltà, anche per via del cristianesimo, corrotta. Bisogna tornare alla purezza naturale del selvaggio che vive totalmente immerso nella natura e si fa perfino pedagogia su questa illusione, L’Emilio che citavamo la volta scorsa di Rousseau.

Quindi la scoperta dell’America e del nuovo mondo provoca un cambiamento radicale così come provoca un cambiamento radicale il terzo fattore cioè il progresso della scienza e della tecnica. Sembra proprio che quel che accade confermi la bontà della scommessa sulla ragione. La ragione scientifica, la ragione positivista sembra essere in grado di sconfiggere il male, la povertà, le malattie. Si va di progresso in progresso ad una velocità che se adesso avvertiamo vertiginosa, allora fu avvertita come ancora più rivoluzionaria perché dovete pensare a un mondo che è stato uguale dall’età della pietra fino al 200 anni fa. Vi dico sempre che mio nonno deve aver fatto una vita, in assenza dell’energia elettrica, molto simile a un nonno o a un contadino dei tempi di Gesù alla fine. Se leggete i giornali della fine dell’800, si dice che nei paesi quando c’è festa grande si facevano le luminarie. Esponevano 4 o 5 lampadine che si accendevano. E la gente se avesse visto Gesù risorgere Lazzaro non si sarebbe stupita così tanto. Pareva proprio che l’uomo, prometeicamente, faceva come Dio, muoveva le cose inanimate. Ho potuto io, qui adesso con l’iphone, sentire mia nonna raccontarmi di quando bambina vide la prima macchina arrivata in paese e corse sconvolta da sua madre urlando: “Ho visto una carrozza senza cavalli che andava da sola!” E corsero a benedirsi e a farsi non so quali scongiuri. Il mondo che cambia!

E improvvisamente l’uomo può, sembra poter fare quello che ha fatto Dio. Quando poi l’uomo è in grado di entrare nel processo della nascita, della fecondazione, può avere veramente l’illusione di poter determinare l’essere, la vita e la morte, l’esistenza stessa, ha l’illusione di essere come Dio. Ma io voglio soffermarmi su quella cosa lì perché dobbiamo capirla e se la capiamo si capisce bene e si gode della poesia che, in questo percorso, ha avuto secondo me, come sempre del resto, una funzione profetica.

Lo accenno soltanto velocemente raccontandovi un episodio che mi è occorso e che per me è stato assolutamente illuminante. Quando sono andato la prima volta a Kemerovo in Siberia perché avevo gemellato la mia scuola con il Ginnasio ortodosso di Kemerovo, il prete che mi aveva invitato, Otez Sergy, mi ha fatto uno scherzone che gli ho rimproverato spesso. Senza dirmelo mi ha portato a fare una conferenza al Vescovo di Kemerovo e a tutta la curia. Io pensavo a una chiacchierata sull’educazione, le quattro cose che vado dicendo in giro sempre, ed ero abbastanza tranquillo. Invece già la scena metteva un po’ di imbarazzo: mi salutano dicendo: “Abbiamo qui il prof Nembrini, scuola “La Traccia” di Calcinate e vogliamo fargli questa domanda: i muri sono caduti, il comunismo non c’è più, lo stato vuole restituire alla Chiesa ortodossa i privilegi che aveva prima della rivoluzione. Ci riconsegnano le scuole, le chiese, addirittura hanno fatto proprio una riforma che prevede l’ora di religione ortodossa nella scuola statale, un po’ come da voi. Però noi sappiamo bene che l’Italia ha conosciuto un tempo in cui la Chiesa era potentissima, le chiese erano piene, tutto il popolo italiano era cristiano, ora di religione cattolica, scuole cattoliche dappertutto. Ci vuole spiegare professore dov’è che avete sbagliato per esservi ridotti così? Perché adesso che noi riprendiamo il potere vorremmo evitare di fare la stessa fine, di fare gli stessi errori”. Immaginatevi come sono stato, per cinque minuti non sapevo da che parte girarmi. E lì gli ho solo detto questa cosa: gli ho raccontato che l’Europa probabilmente un problema del genere l’aveva già avuto ma non l’aveva capito. Si era illusa di poter tornare indietro. E indietro non si torna, la storia non torna indietro. E gli ho detto: “State attenti perché vale anche per voi. Non tornerete a prima della rivoluzione. Dovrete far tutto il percorso perché quello che avete ricevuto in eredità, quello che ricordate, rinasca dalla coscienza di ciascuno, si ricostruisca pian piano nel tempo, diventi forme di vita. Non metterete per legge il cristianesimo nel cuore degli uomini che non ce l’hanno più, non sanno più cos’è, non lo metterete per decreto. Ci vorrà un lungo e paziente lavoro che vinca quella sfida che questi anni del comunismo, dell’ideologia, del martirio vi ha lanciato. La sfida non potete evitarla, noi abbiamo fatto l’errore di evitarla e l’abbiamo pagata cara. Perché la storia non torna indietro e perché il problema è proprio quello di recuperare quel sentimento della realtà che, e finisco con questa parte storica della vicenda, recuperare quel sentimento della realtà che è possibile solo se, uso le parole di Benedetto XVI, “se si allarga la ragione”, cioè se torniamo ad avere un uso della ragione che non sia ridotta alla sua capacità di dimostrazione scientifica e di applicazione tecnologica.

PM: La scienza non esaurisce la conoscenza.

F: Esatto. La scienza non esaurisce la conoscenza per una ragione che il cristiano conosce e che noi abbiamo imparato da Dante e vedremo quanto vien fuori di sangue e di lacrime da questa considerazione, proprio dalla poesia.

Perché la conoscenza per il cristiano, quello che Cristo ha portato nel mondo è che la verità non è l’esito di un processo intellettuale. La verità è già presente. Sant’Agostino, lo ricorderete, che commenta la frase di Pilato che rimane misteriosamente senza risposta “Che cos’è la verità? Quid est Veritas?” e Sant’Agostino fa notare questa incredibile e bellissima coincidenza che “quid est Veritas” è l’anagramma perfetto della frase “est vir qui adest”. Che cosa è la verità chiede Pilato, ma dentro la sua domanda c’è già la risposta, è un uomo presente “vir qui adest”, un uomo che c’è, uno che sta davanti a te. E se la verità è uno presente, è uno che si rende presente rendendo presente il significato di tutto, allora la conoscenza non potrà che essere una conoscenza amorosa. L’aspetto veramente interessante e umano della conoscenza non è una serie di dati elaborati con esattezza e precisione, è un amore al vero che fa diventare la vita un cammino infinitamente percorribile perché l’amore non finisce mai. E se l’amore non finisce mai non finisce mai la conoscenza che hai dell’altro, insomma, la grande chiusura della Divina Commedia. Dante chiede di poter conoscere perfino Dio e ottiene la grazia di questa incredibile richiesta, azzardatissima, “io volevo capire come l’immagine s’indova al cerchio”, come stessero insieme i due misteri insomma, l’incarnazione e l’unità e trinità di Dio. In un momento folgorante Dio gli ha fatto la grazia di capire. Ma nel momento in cui ha capito, dice lui, non c’era più niente da capire, intellettualmente, perché la conoscenza si è identificata con la partecipazione al movimento dell’essere, cioè un amore totale e perfetto. Lì è la conoscenza. Questa idea della conoscenza si è ristretta nel processo del razionalismo fino a diventare: “È certo e vero solo ciò che la scienza dimostra con il proprio processo sostanzialmente scientifico-matematico.” Ed è un’idea di scienza che è stata poi sconfessata dalla scienza stessa, quando i migliori scienziati sono usciti dall’ubriacatura, da quel momento in cui l’uomo si è veramente ubriacato, ha vissuto un delirio di onnipotenza: l’uomo è Dio, l’uomo può fare tutto. In realtà gli scienziati più accorti, soprattutto contemporanei nostri, a partire da Einstein, hanno detto subito che le cose non funzionano così.

Ma chi è che l’ha detto in modo assolutamente chiaro? La poesia. Ecco, la scoperta e la sfida che ho raccolto decidendo con gli amici di fare questo percorso era andare a vedere se la letteratura dà ragione di questa interpretazione della nostra storia occidentale e italiana. E uno si accorge che per esempio del caso di stasera. Qualcuno si sarà chiesto: “Ma perché Ugo Foscolo? Cosa ha di interessante?” Voi le lo ricordate un pochino? Io l’ho scelto stasera proprio per farvi vedere quel che ho descritto tentativamente fin qui. Foscolo, siamo alla fine del ‘700, inizio dell’800, è uno che ci ha creduto davvero che la modernità funzionasse a quel modo, che il paradiso in terra, la libertà vera e una fraternità buona potessero essere realizzati sulla punta delle baionette francesi, ci aveva creduto alla rivoluzione, al mondo nuovo. E ha preso una legnata che la metà basta, nel senso che ha dovuto constatare il fallimento di quel tentativo in un bagno di sangue. Lui in particolare è stato deluso proprio dal tradimento dei francesi: sapete che aspettava la liberazione di Venezia e invece con il Trattato di Campoformio Napoleone la vende agli austriaci. La sua patria che aspetta la liberazione dei francesi al grido di liberté egalité fraternité, invece viene venduta come se fosse un chilo di pane. E Foscolo comincia a ragionare su questa cosa, lo fa da posizioni aristocratiche, non stiamo ad indagare adesso la sua figura neanche interessantissima a mio modo di vedere, però lui ha una genialità che gli fa dire: “Ragazzi fermi tutti perché qui qualcosa non funziona, c’è qualcosa di non detto, c’è una menzogna dentro questa nostra speranza di fare il mondo nuovo da soli, dobbiamo forse dirci la verità, guardate che non funziona”. È per questo che Foscolo è il crocevia mi sembra, il punto in cui la poesia si riappropria del suo compito. Tenete presente che veniamo da due secoli, il ‘600 e il ‘700 che giustamente sono stati chiamati il secolo della scienza, il secolo di Galileo e il secolo della filosofia appunto, dei lumi, che avrebbero avuto la presunzione di illuminare di una nuova luce l’oscurità medievale. Anche la poesia in quanto tale conosce un periodo fiorente, per chi insegna letteratura è persino imbarazzante cosa scegliere rispetto ai grandi nomi, poi tutto è interessante, tutto è bello, ma a un certo punto nel bel mezzo di quel percorso, di quella parabola, uno dice: “Ragazzi, c’è qualcosa che non va, diciamoci la verità. Che cosa veramente preme al cuore dell’uomo?” E lui lo dice. E qualsiasi libro di letteratura voi usiate, almeno in questo, dicono tutti la stessa cosa, che i temi fondamentali dell’opera di Foscolo sono tre: il primo è la morte. Abbiamo un piccolo problema, nonostante le magnifiche sorti e progressive, che qui si muore, abbiamo il piccolo problema di sentire ingiusta la morte rispetto a un’eternità desiderata. Secondo, abbiamo un altro problema: si vorrebbe amare, bisognerebbe che la donna fosse quel ponte verso il destino, avesse qualcosa di divino, fosse Beatrice, fosse portatrice di un bene per la vita, ma anche quella se ne va e ne sposa un altro. E infine un desiderio di essere utile alla propria gente, ai propri amici, alla propria terra. Il bene comune, il problema politico, definito allora con la parola “patria”, con l’amore per la libertà della propria terra, dalle invasioni straniere. Con il Trattato di Campoformio per Foscolo tutto se ne va. Il tentativo moderno fallisce sulle tre cose di cui l’uomo avrebbe più bisogno per vivere. Un senso della vita e della morte, il problema religioso, una capacità di affezione vera, alla donna e all’uomo prima di tutto ma poi agli amici, ai figli, e perciò un’utilità vera della propria vita, del proprio sforzo, del proprio lavoro. Che sia utile al bene comune, che faccia vivere meglio i propri fratelli uomini, la propria terra.

Niente di tutto questo si realizza e Foscolo lo grida nelle due grandi opere che fa insieme ai sonetti, anche quelli famosi. Scrive Le ultime lettere di Jacopo Ortis, il romanzo che lo rende famoso in tutto il mondo. Pensate che fu così seguito e amato che si trovarono dei giovani suicidati in una camera d’albergo con il pugnale proprio piantato nel punto esatto che lui descrive e sul comodino il romanzo di Foscolo, qualcuno lo ha seguito sentendo vero il dramma che lui denunciava. Il dramma di questo fallimento della modernità sentito come un fallimento tale da spingere al suicidio. La parola finale della vicenda raccontata da Foscolo è il suicidio. Tra l’altro interessantissimo il fatto che questo suicidio avviene con a tema la libertà. Perché quando l’amico Alderani corre perché ha capito che il ragazzo sta per farla grossa, e lo rintraccia e arriva un momento dopo, a suicidio avvenuto, lo trova con in mano il quadro, il ritratto della donna che lei gli aveva regalato scrivendo la frase di Dante “Libertà vò cercando ch’è sì cara…” ma dove lui, il protagonista Ortis, aveva aggiunto “come sa chi per lei vita rifiuta”. È il grande inno alla libertà di Dante cantato nel primo del Purgatorio, tale da far sentire la libertà così grande e così sacra da meritare il sacrificio della vita. Ma il sacrificio che salva perfino il pagano Catone, quel sacrificio viene preso invece a definizione del fallimento totale: non c’è bene per la vita, non c’è speranza. La patria è tradita e cade in schiavitù, la donna è irraggiungibile, va in sposa ad un altro e alla morte non c’è rimedio. Cominciano così Le ultime lettere di Jacopo Ortis:

Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Ed è interessante che lui ha in mente un’idea per cui la vita debba essere comunque data per qualcosa di grande. C’è un’introduzione al romanzo dell’Ortis, le famose cinque righe “al lettore”, le ricorderete anche se le avete lette solo una volta perché sono commoventi nella loro tragicità.

Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto”.

Dice Foscolo per bocca dell’amico: “Io provo a scrivere la storia di questo mio amico che si è ammazzato per darvi occasione di compassione, per dare occasione di compatimento della sua e della vostra sorte, perché la sorte degli uomini è questa”. Potrebbe forse rimanere un’ultima speranza che è quella che prova a scrivere nei sepolcri. Adesso vi leggo qualche brano che però è così triste che alla fine non ci si può credere. Ma il desiderio è quello: il bene della patria, che la donna sia beatrice, tant’è che la prima riga in cui parla di lei dice così: “L’ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla”. Perché la fanciulla, l’abbiamo detto anche la volta scorsa a proposito dell’Ariosto, o è Divina o non è. L’altro o è possibilità, l’altra in particolare, proprio la donna nella nostra tradizione, o è questo ponte verso il destino, questa strada buona, o non è. O è veramente Beatrice o è una fregatura, ma tutta la letteratura l’ha sempre sentita così. Il problema è che cosa rende possibile che la donna sia questo? Il cristianesimo. Abbandonato il cristianesimo la donna rimane un sogno, rimane intuita come angelica, la donna dell’Ariosto, ma non è più angelica, non porta più niente. Dovrebbe esserlo, dovrebbe essere una divina fanciulla ma non è più divina, tant’è che viene sorpresa da lui, la prima volta che la vede, che stava miniando il proprio ritratto. Una donna che sta miniando il proprio ritratto, totalmente ripiegata su di sé e sulle proprie grazie, per l’amor di Dio, sulla propria bellezza, ma come già rimpiangendo una cosa che tra poco non sarà più. Il sentimento che tutto passa e tutto muore, la bellezza in modo particolare, come fermarla? Come fermare il bene che c’è dentro sé se il tempo traveste e distrugge tutto?

Allora lui nel meditare su questa cosa, il poeta, dopo aver denunciato il fallimento ridice con forza la grande speranza che invece alberga nel cuore dell’uomo che è quella appunto di un’eternità possibile, di un amore possibile, di un bene possibile. Si vorrebbe, si desidera che la vita sia questo e ha almeno il coraggio di dirlo. Grida: “Guardate che quel tentativo non mantiene nessuna delle promesse che ci ha fatto, in ordine alla felicità personale”. E quando scrive i Sepolcri li scrive con il tentativo di dire “sì, ma io voglio essere eterno!” Ed è bellissima questa cosa perché in fondo la promessa che il cristianesimo ci fa qual è? Io non so voi ma sono convinto che il giorno che muoio tre giorni dopo chi si ricorda? La moglie forse. Ma non siamo famosi, non siamo niente. Posso leggere qualcosa dei sepolcri per chiudere in bellezza? È poesia altissima però quando uno la finisce dice: “No, madonna santa, cosa sta succedendo? Non si può vivere così!” E invece vedremo che a partire da qui il poeta sempre sarà poeta e grande poeta in quanto avrà questo coraggio. Ai ragazzi scrivevo sulla lavagna la parola profeta poi cancellavo tre lettere e rimaneva la parola poeta. Il profeta e il poeta hanno qualcosa in comune di grande. La domanda da cui parte Foscolo è questa, tra l’altro lo sapete che è suscitata da un decreto di Napoleone che impone la sepoltura fuori dalle Chiese, fuori dalle mura delle città, per cui lui è arrabbiato:

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro? Ove più il Sole

Per me alla terra non fecondi questa

5Bella d’erbe famiglia e d’animali,

E quando vaghe di lusinghe innanzi

A me non danzeran l’ore future,

Nè da te, dolce amico, udrò più il verso

E la mesta armonia che lo governa,

Nè più nel cor mi parlerà lo spirto

Delle vergini Muse e dell’Amore,

Unico spirto a mia vita raminga,

Insomma, quando tutto sarà finito, l’amicizia, l’amore per la donna, le parole buone che ci possiamo dire, quando tutto questo sarà morto, a cosa servirà avere una sepoltura con la lapide bella ordinata, il cimitero, questa abitudine?

Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso

Che distingua le mie dalle infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte?

A cosa servirà un monumento funebre che mi ricordi se tanto tutto è morto? È un carme epistolare quindi è rivolto come lettera a un amico “Anche la speme, ultima dea, fugge i sepolcri”. La speranza è l’ultima a morire ma muore appunto, anche la speranza muore insieme a noi, fugge i sepolcri, c’è un posto che non ha speranza, il cimitero. Lì tutto si ferma. Pensate a questa ouverture e a quella di Dante che parte dall’Inferno e dice: “Vi dico subito una cosa: l’inferno è inferno, la morte è morte ma io ci sono stato e da lì ho cominciato a vivere, per ridire del bene che io vi trovai…” È  un altro mondo, un’altra concezione.

 

“Anche la Speme,

Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve”.

 

L’oblio, il terrore di essere dimenticati. Io quando leggo questo verso due cose mi vengono in mente. Anzitutto mi viene su il fiato a ripensare a quello che dice la Bibbia: “Se anche una donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai”. Perché il nostro problema è questo, di essere sotto ad uno sguardo che non ci dimentichi e tutti si dimenticheranno ma Dio no. Ma è così vero che mi è capitato in un carcere che era proprio l’inferno, in Sierra Leone, a Freetown dopo la guerra, quando uscendo abbiamo dovuto proprio camminare tra due file di carcerati. Avevamo fatto la messa di Natale con i migliori. Io ho visto solo i 30 scelti come gli angeli, non voglio pensare a come fossero gli altri…Uscendo uno di loro è riuscito a superare il cordone delle guardie e a darmi una cosa. Io non capivo cosa fosse ma ho allungato la mano, ho afferrato quel che mi dava. Era un bigliettino rosso tutto piegato. L’ho aperto e c’era un nome, John qualcosa. Ho fatto in tempo giusto a rendermene conto e sono tornato indietro di tre passi e gli ho chiesto: “Ma cos’è?” E lui serissimo: “è il mio nome” “Ma perché me lo dai?” “Perché se qualcuno si ricorda di me io esisto”. E invece Foscolo dice:

“Tutte cose l’obblio nella sua notte;

E una forza operosa le affatica

Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe20

E l’estreme sembianze e le reliquie

Della terra e del ciel traveste il tempo.”

Il tempo tutto fa dimenticare, tutto uccide definitivamente.

“Ma perchè pria del tempo a sè il mortale

Invidierà l’illusion che spento

Pur lo sofferma al limitar di Dite?25

Non vive ei forse anche sotterra, quando

Gli sarà muta l’armonia del giorno,

Se può destarla con soavi cure

Nella mente de’ suoi?”

Ecco, la prima risposta che si dà è: “è vero, tutto muore, tutto finisce. Ma perché non possiamo almeno illuderci di durare un po’ nel cuore e nel pensiero dei nostri amici, della moglie, dei nostri cari?”

“Celeste è questa

Corrispondenza d’amorosi sensi”

C’è qualcosa di divino in questa unità tra morti e vivi.

“Celeste dote è negli umani; e spesso

Per lei si vive con l’amico estinto

E l’estinto con noi, se pia la terra

Che lo raccolse infante e lo nutriva,

Nel suo grembo materno ultimo asilo

Porgendo, sacre le reliquie renda

Dall’insultar de’ nembi e dal profano

Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

E di fiori adorata arbore amica

Le ceneri di molli ombre consoli.”

Ecco forse qualcosa di noi rimane se un segno, il cimitero, la tomba, porta il nostro nome, ricorda la nostra esistenza, allora forse duriamo un po’ oltre la morte.

“Sol chi non lascia eredità d’affetti

Poca gioia ha dell’urna”

Perché se anche uno crede in Dio non serve a niente questo suo credere se lascia il suo corpo alle ortiche, insepolto. Mica si seppellivano tutti i morti all’epoca, anzi, vi ricorderete che è una delle opere di misericordia seppellire i morti. Perché non era la norma. Foscolo si arrabbia perché perfino Parini, il grande poeta, non ha avuto una sepoltura che lo possa restituire al ricordo di chi lo ha amato e stimato. E poi a un certo punto, raccontata la vicenda del Parini e detto che c’è questo orrore che i nostri grandi possano rimanere insepolti e quindi dimenticati, dice questa cosa che mi ha fatto amare i Sepolcri dalla prima volta che li ho letti.

“Dal dì che nozze e tribunali ed are

Dier alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi

All’etere maligno ed alle fere

I miserandi avanzi che Natura

Con veci eterne a’ sensi altri destina.”

Dice che il primo uomo che c’è stato sulla terra, e tutta l’archeologia lo dimostra (se avesse saputo quel che abbiamo poi scoperto chissà come godeva), si capisce che è un uomo e non più una scimmia o un orso dentro a una caverna perché lì ci sono sepolti i resti di suo padre e di sua madre. La sepoltura. Ma lo dice in un modo…il problema amoroso (nozze), il problema politico (tribunali) e quello religioso (le are), dal primo giorno in cui queste tre dimensioni umane si sono espresse si è capito che quello era un uomo perché ha cominciato a seppellire i propri morti, ha cominciato a sperare che la morte non fosse l’ultima parola. E fa tutta la storia delle sepolture antiche, i romani, la devozione per i lari, la devozione per le anime antiche e i genitori. Poi però dice che nonostante tutto questo c’è un problema: che nel tempo anche il sepolcro viene distrutto. Nei secoli le cose cambiano, cambiano i piani regolatori potremmo dire. Nei secoli anche il sepolcro di marmo non tiene. E c’è la parte finale di tutto il carme dove c’è il salto, c’è il passaggio, dove dice: “Se non resistiamo nella memoria dei nostri cari, in assenza di una tomba, se è vero che la tomba aiuta a renderci eterni, constatato però che neanche la tomba resiste per sempre, non consente l’eternità cui ci sentiamo destinati, c’è una sola possibilità: la poesia. Bisognerà che la poesia sia il vero monumento che consacra all’eternità l’anima di ciascuno di noi”. C’è un piccolo problema, Maurizio: che lui effettivamente è finito nelle antologie, ma io e te non siamo famosi e quindi in questo senso dico che la sua è una concezione bellissima, ma aristocratica. Se il destino di eternità fosse la consacrazione della poesia, tutti gli ammalati, tutti i bambini, tutti i morti in battaglia, l’umanità normale, tutti noi dove andiamo a finire? Non c’è speranza, benché resti il fatto che la poesia questo ruolo eternatore ce l’ha. Che renda sacro l’uomo e la vita di ciascuno la poesia e la letteratura, l’arte, è esattamente la ragione per cui esistono. Tutte le forme d’arte cercano di vincere la morte. E ce la si può fare. Ma dal punto di vista esistenziale della persona, siccome non siamo oggetti di opere d’arte, l’opera d’arte per il cristiano sono io, in quanto io, sono l’opera d’arte suprema. Questo è quel che Foscolo non riesce più a riconoscere. Ma lo dice in un modo spettacolare:

“A egregie cose il forte animo accendono

L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

E santa fanno al peregrin la terra

Che le ricetta.”

Voglio dire questo in conclusione, che a me commuove comunque. C’è una stima dell’uomo, del corpo, c’è un problema posto di memoria, di eternità che resta bello e detto in un modo straordinario.

“Io quando il monumento

Vidi ove posa il corpo di quel grande

Che, temprando lo scettro a’ regnatori…”

Insomma lui dice “io quando ho visto le sepolture dei grandi mi è venuta su l’anima, veramente mi hanno mosso anche a seguirne l’esempio. Il rispetto e la stima e il tentativo di riconoscere la grandezza ci fa bene, abbiamo bisogno di esempi, di testimoni. E aver cura della loro sepoltura è aver cura di questa testimonianza, è la ragione per cui vale la pena comunque costruire questi monumenti”.

Come sapete io ho la fissa di rifare la tomba di Dante, chissà se mai vedrò questa cosa. Non so se l’avete mai vista a Ravenna. Un tempietto pagano sulla strada, senza un segno cristiano. Prendere il corpo di Dante e riportarlo a casa, cioè dentro la basilica di San Francesco, non dico a Firenze perché scoppierebbe la guerra civile, ma lasciandolo lì a Ravenna metterlo nella basilica dove sono stati celebrati i suoi funerali, dandogli cioè una sepoltura come quella che aveva sognato in Santa Croce a Firenze, nel suo bel San Giovanni, non sarebbe un atto di giustizia? Invece che un tempietto massonico così brutto che Paolo VI quando lo visitò si sentì in dovere di mandare al comune di Ravenna una croce d’oro da mettere sopra la bara, perché non c’era un segno cristiano e l’unico che c’è attualmente è quello lì, dono di Paolo VI. Perché è vero che le urne dei grandi ci sono testimoni della loro grandezza e della nostra storia.

Anche Foscolo parla di Dante, parla di tutti i grandi e li mette in fila.

In chiusura immagina Omero, cieco, che muovendosi nelle cripte delle sepolture dei grandi, abbracciando le sepolture le fa cantare, le fa parlare, e nasce da questo abbraccio reso possibile dalle sepolture la grande poesia per cui Omero canta e rende eterni Ettore, Ulisse, i grandi dell’antichità e li rende veramente eterni. Con questo sole con cui si conclude la poesia. C’è l’invocazione, usanza degli antichi troiani, per ricordare i morti e la città distrutta, a che le vedove rimaste piantino dei cipressi:

“E voi palme e cipressi che le nuore

Piantan di Priamo, e crescerete ahi! presto

Di vedovili lagrime innaffiati.

Proteggete i miei padri: e chi la scure

Asterrà pio dalle devote frondi

Men si dorrà di consanguinei lutti

E santamente toccherà l’altare,

Proteggete i miei padri.”

Che detto da lui in questo contesto ha un certo senso ma che bello sentirlo come “qualcuno protegga la nostra storia, la nostra tradizione, la nostra eredità. E sia maledetto invece che pone la scure a tagliare queste radici”.

“Un dì vedrete

Mendico un cieco errar sotto le vostre

Antichissime ombre, e brancolando

Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,

E interrogarle. Gemeranno gli antri

Secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto

Splendidamente su le mute vie

Per far più bello l’ultimo trofeo

Ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,

Placando quelle afflitte alme col canto,

I prenci argivi eternerà per quante

Abbraccia terre il gran padre Oceàno”.

Il poeta Omero renderà eterni i principi antichi in tutta la terra.

“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,

Ove fia santo e lagrimato il sangue

Per la patria versato, e finchè il Sole

Risplenderà su le sciagure umane”.

Tra l’altro la parola sole è detta quattro volte nel carme, una all’inizio, una alla fine, due in mezzo, tutte e quattro le volte con la maiuscola. Insomma, ci sarebbe anche tutto un lessico da rintracciare e da trovare perché il sogno che si possa vivere davanti al sole, cioè davanti alla verità, resta tale, resta un dramma contraddetto proprio dalle vicende che lui e la sua epoca vivono.

Ho finito, vi ridico solo quella cosa che mi preme dire e che dicevo prima a don Maurizio. Perché a me spaventa che si possa sognare di tornare indietro. Un amico mi ha suggerito di leggere questo articolo su Il foglio di oggi. È un’intervista al filosofo russo che pare essere il consigliere di Putin che dice una cosa che ad una prima lettura può sembrare positiva e che a me invece ha spaventato a morte. Dice così: “la Russia oggi è il nemico numero uno dell’Europa perché il nostro presidente non condivide la vostra ideologia post-moderna e liberale. Siamo in una guerra ideologica ma stavolta non è fra comunismo e capitalismo, ma fra élite liberal-politicamente corrette, l’aristocrazia globalista e contro chi non condivide questa ideologia come la Russia ma anche Trump. L’Europa occidentale è decadente, ha perso tutta la sua identità, e questa non è la conseguenza di processi naturali, ma ideologici. Le élite liberali vogliono che l’Europa perda la propria identità con la politica dell’immigrazione gestita male e dei gender. L’Europa perde sempre più potere, perde la possibilità di auto-affermarsi, perde la sua natura interiore. L’Europa è debole, nel senso dell’intelletto, è culturalmente debole. Basta vedere come i giornalisti e i circoli culturali discutono dei problemi dell’Europa. Io non la riconosco più questa Europa. Il pensiero è al livello più basso che sia mai stato. L’Europa era la patria del logos, dell’intelletto, del pensiero e oggi è una caricatura di se stessa. L’Europa è debole spiritualmente e mentalmente, non è possibile curarla perché le élite politiche non lo lasceranno fare. L’Europa sarà sempre più contraddittoria, sempre più idiota. (…) I russi devono salvare l’Europa dalle élite liberali che la stanno distruggendo”. E il giornalista gli chiede: “Ma la Russia non dovrebbe aspirare ad avvicinarsi all’Europa come sembrava dopo il crollo del comunismo?” E lui risponde: “La Russia è una civiltà a sé, perché è una civiltà cristiana e ortodossa. Ci sono aspetti simili tra Europa e Russia ma dopo il crollo del comunismo, quando la Russia si è avvicinata all’occidente, abbiamo capito che l’Europa non era più quella, non era più se stessa, che era una parodia della libertà, che era decadente, post-moderna, che versava nella decomposizione totale. Questo occidente non ci serve più come esempio da seguire. E allora abbiamo cercato un’ispirazione nella identità russa e abbiamo trovato che questa differenza è la differenza tra cattolicesimo e ortodossia, tra protestantesimo e ortodossia. Noi russi siamo gli eredi della tradizione romana, greca, bizantina. Siamo fedeli allo spirito cristiano antico dell’Europa che ha perso invece ogni legame con questa tradizione. La Russia può essere un punto di appoggio per la restaurazione europea. Siamo più europei noi russi che gli europei. Siamo cristiani, siamo i veri eredi della filosofia greca.”

Che paura ragazzi! Perché questa è la pretesa ideologica, ideologica di riportare le cose come erano prima, che son quelle giuste, anche armi alla mano. Se io difendo la dignità dell’uomo, se io difendo la verità sull’uomo allora chi non è con me non è un avversario politico, è un avversario dell’umanità. L’ideologia ha sempre funzionato così. L’ideologia religiosa, politica, questa ideologia che fa della presunta religiosità del popolo russo l’identità politica nuova, anti-europea. Sono le premesse di una violenza inaudita che speriamo di evitare. Perché invece la verità come l’abbiamo conosciuta noi cristiani, per affermarsi non ammazza nessuno, si lascia ammazzare. Per affermarsi Cristo, cioè la verità, va in croce, perché stima la libertà al punto tale da poter dar la vita perché quella libertà si affermi, anche quando sbaglia. Perché il principio radicale che ha posto nella storia Cristo, principio di conoscenza e di azione è la misericordia. Senza questo quel possibile ritorno, l’illusione di mettere le cose a posto, di pulire il mondo può avere motivazioni religiose o allo stesso modo motivazioni irreligiose. Guardate che le rivoluzioni, quelle della ghigliottina, le ha fatte gente per bene, normalmente giudici e avvocati. L’hanno fatta loro la rivoluzione, quelli delle mani pulite, quelli che dicono: “Io sono dalla parte giusta, morte alla corruzione, facciamo pulizia. Il mondo nuovo deve essere così e così”. E quel che non ci entra dentro, perché poi non ci entra nessuno, perché nessuno di noi è puro, siamo tutti cattivi, quel che non ci entra dentro va eliminato. Nascono i gulag, i campi di concentramento, le guerre ideologiche, le guerre di religione se ci sono mai state. Il principio cristiano, il realismo cristiano è un’altra cosa. Dice che per conoscere bisogna amare e per amare veramente si dà la propria vita per affermare la libertà dell’altro. L’ideologia, anche quella religiosa, funziona al contrario, dice: “Facciamo finta che la realtà non esiste, la ripenso io e siccome io ho stabilito che quel che dico è il bene dell’uomo se tu sei contro non sei un avversario politico, sei un nemico dell’umanità”. Questa cosa l’abbiamo già pagata carissima e io prego e pregherò perché il cristianesimo se deve rinascere rinasca invece dalla misericordia, ma è una cosa che ritroveremo proprio nella letteratura, proprio nelle opere più grandi dei nostri poeti e scrittori. Quelli della prossima volta figuratevi, Manzoni e Leopardi. E poi via via l’anno prossimo il resto dell ‘800 e del ‘900 che mettono a tema esattamente questa questione.

 

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