“Sulle spalle dei Giganti” – Decimo incontro

“Sulle spalle dei Giganti” – Decimo incontro

Il passato è perduto per sempre?

Guareschi, Buzzati

16 marzo 2018

 

Siamo alla conclusione del nostro percorso di questi due anni. È stata difficilissima la scelta dei testi, come sempre. Ho dovuto fare subito una scelta radicale perché mi sono reso conto che per cercare di chiudere questo percorso e tentare di rispondere alle domande che ci siamo fatti durante la strada, non si potevano leggere tanti testi a spizzichi e bocconi. Quindi ho ridotto a due gli autori che citerò stasera: Buzzati e Guareschi. Ho lasciato perdere Corti, la cui lettura suggerisco comunque a tutti. Per me “Il cavallo rosso” insieme a “I più non ritornano” sono due testi assolutamente fondamentali. Il primo in particolare è un affresco storico di una grandezza, di un respiro, di una acutezza notevoli. Sono un migliaio di pagine ma vale veramente la pena leggerlo.

Perché Guareschi e Buzzati tra i mille che si potevano scegliere? Uno legge e racconta quel che sa e che lo ha colpito. Questi due autori mi sono carissimi, credo che li conosciate tutti almeno a grandi linee e li ho scelti perché mi pare che con due sensibilità diverse e con una scrittura però che li accomuna, sia nello stile molto semplice e popolare e sia nel genere della novella e del racconto breve, da due punti di vista diversi, uno decisamente cattolico tanto da fare del vero protagonista dei sui racconti il crocifisso, l’altro il grande cantore della vita come mistero anche se non espressamente cattolico, entrambi rimettono l’uomo di fronte alla realtà come mistero, cioè lo riposizionano secondo quella verità autentica, senza quella ideologizzazione del mistero di cui abbiamo così bisogno. Si potrebbe dire così: abbiamo fatto un certo percorso che non sto a ripetere, seguendo grossomodo il percorso suggerito da Giussani ne “La coscienza religiosa nell’uomo moderno”, e siamo arrivati all’ultimo incontro, dopo Verga e Pirandello, a riconoscere che questa modernità mostra ormai la corda. A questo punto io volevo che il discorso nostro si chiudesse con un accenno di speranza. Dopo nove serate dove abbiamo percorso la storia spirituale dell’occidente accorgendoci, guardando e vedendo anche il miserando fallimento di una modernità che orgogliosamente ha preteso di costituirsi prima senza Dio e poi contro Dio, che si fa? A che responsabilità siamo chiamati? O, se preferite, da dove ricominciare? Ecco, io volevo tentare di chiudere il percorso rispondendo a questa domanda che credo sia l’urgenza con cui tutti siamo qui. Da dove ricominciare? Cosa si deve fare quando ci si accorge o si prende atto di un momento della civiltà, della storia, particolarmente difficile e faticoso da un certo punto di vista un momento dove il male e la menzogna sembrano dominare, sembra vincere?

Allora, come prima cosa vi leggo, anche se lo conoscerete tutti, il brano noto come “Bisogna salvare il seme” di Guareschi.

 

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.

“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

 

Bisogna salvare il seme. Credo che in tanta nostra letteratura, in tanti nostri grandi, Guareschi per primo, ci sia questa dedizione al bene, all’umanità. Ho accennato la volta scorsa quando abbiamo chiuso che certamente abbiamo patito, forse adesso un po’ di meno, una grave e pesantissima censura culturale per cui del bene se n’è parlato poco, di certi autori pochissimo. Alcuni sono stati censurati in modo clamoroso e credo il tempo, che è galantuomo, ne mostrerà invece il valore.

Per documentare questa grandezza di alcuni, di Guareschi ovviamente, almeno di don Camillo e Peppone qualcosa conosciamo, non sto a riprendere episodi, figure e immagini bellissime. Vi sottolineo solo una cosa che riprendo alla fine: in fondo il modo con cui Guareschi tratta i suoi personaggi è come se Peppone e don Camillo difendessero allo stesso modo il popolo. Stasera il tema vorrei che fosse “il popolo”, “la gente”. Vi ricordate la volta scorsa? Abbiamo proprio parlato di un sentimento della fede che il popolo in qualche modo ha incarnato fino a qualche tempo fa. Mi colpiva anche solo considerare che Guareschi nasce nel 1908 e muore nel ’68, la data che sembrerebbe anche l’anno della scomparsa del mondo che lui ha raccontato. Invece grazie a Dio quel mondo sopravvive in chi lo vive, sopravvive in chi, e in questo senso è modernissimo, ha deciso di salvare il seme. Cioè di restituire a sé e agli altri, per come si può, cioè che la nostra tradizione ci ha consegnato.

 

E di Guareschi vorrei soffermarmi sull’introduzione che lui fa al suo primo grande libro “Mondo piccolo”, il primo della lunghissima serie. Non so se lo ricordate, ma c’è una lunga introduzione che Guareschi fa dove racconta tre storielle. Lui cerca di spiegare che sentimento potessero avere quei grandi, cattolici o non cattolici che di quel popolo hanno amato l’espressione, la carnalità, i canti e il vino e la famiglia, il lavoro, la terra, insomma quel sentimento della vita che un popolo ha incarnato fino a settant’anni fa, popolo che è stato guardato e riconosciuto nel suo valore da alcuni e distrutto da altri. Guareschi per dare l’idea di quel popolo fa una lunga premessa ai suoi racconti dove racconta tre storie, che sono un capolavoro.

 

La prima storia riguarda suo padre. Nella sua famiglia erano undici o dodici, e viveveno al Boscaccio.

 

Io abitavo al Boscaccio, nella Bassa, con mio padre, mia madre e i miei undici fratelli: io, che ero il più vecchio, toccavo appena i dodici anni e Chico che era il più giovane toccava appena i due. Mia madre mi consegnava ogni mattina una cesta di pane, un sacchetto di mele o di castagne dolci, mio padre ci metteva in riga nell’aia e ci faceva dire ad alta voce il Pater Noster: poi andavamo con Dio e tornavamo al tramonto. I nostri campi non finivano mai e avremmo potuto correre anche una giornata intera senza sconfinare. Mio padre non avrebbe avuto neppure mezza parola anche se noi gli avessimo calpestato tre intere biolche di frumento in germoglio o se gli avessimo divelto un filare di viti. Eppure noi sconfinavamo sempre e ci davamo parecchio da fare. Anche Chico, che aveva due anni appena e aveva la bocca piccolina e rossa e gli occhi grandi con lunghe ciglia e ricciolini sulla fronte come un angioletto, non si faceva certamente scappare un papero quando gli arrivava a tiro. Poi, ogni mattina, appena partiti noi, venivano alla fattoria delle vecchie con sporte piene di paperi, di gallinelle, di pulcini assassinati, e mia madre, per ogni capo morto, dava un capo vivo. Noi avevamo mille galline che razzolavano per i nostri campi, ma quando si doveva mettere qualche pollo a bollire nella pentola, bisognava comprarlo. Mia madre scuoteva il capo e continuava a cambiare paperi vivi con paperi morti. Mio padre faceva la faccia scura, si arricciava i lunghi baffi e interrogava brusco le donnette per sapere se si ricordavano chi dei dodici. era stato a fare il colpo. Quando qualcuna gli diceva che era stato Chico, il più piccolino, mio padre si faceva raccontare per tre o quattro volte la storia, e come aveva fatto a lanciare il sasso, e se era un sasso grosso, e se aveva colpito il papero al primo colpo. Queste cose le ho sapute tanto tempo dopo: allora non ci si pensava. Ricordo che una volta mentre io, lanciato Chico contro un papero che passeggiava come uno stupido in mezzo a un praticello spelacchiato, stavo con gli altri dieci appostato dietro un cespuglione, vidi mio padre a venti passi di distanza che fumava la pipa all’ombra di una grossa quercia. Quando Chico ebbe spacciato il papero, mio padre se ne andò tranquillamente con le mani in tasca e io e i miei fratelli ringraziammo il buon Dio.

«Non si è accorto di niente» dissi io sottovoce ai ragazzi. Ma allora io non potevo capire che mio padre ci aveva pedinati per tutta la mattinata, nascondendosi come un ladro, pur di riuscire a vedere come Chico ammazzava i paperi. Ma io sto uscendo dal seminato: questo è il difetto di chi ha troppi ricordi. Io devo dirvi-che il Boscaccio era un paese dove non moriva mai nessuno, per via di quell’aria straordinaria che vi si respirava. Al Boscaccio sembrava quindi impossibile che un bambino di due anni potesse ammalarsi. Invece Chico si ammalò sul serio. Una sera, mentre stavamo per tornare a casa, Chico si sdraiò improvvisamente per terra e cominciò a piangere. Poi smise di piangere e si addormentò. Non si volle svegliare e io lo presi in braccio. Chico scottava, sembrava pieno di fuoco: allora noi tutti provammo una paura terribile. Il sole tramontava e il cielo era nero e rosso, le ombre lunghe. Abbandonammo Chico in mezzo all’erba e fuggimmo urlando e piangendo come se qualcosa di terribile e di misterioso ci inseguisse. «Chico dorme e scotta!… Chico ha il fuoco dentro la testa!» singhiozzai io appena mi trovai davanti a mío padre. Mio padre, lo ricordo bene, staccò la doppietta dalla parete, la caricò, se la mise sottobraccio, e ci seguì senza dir nulla, e noi camminammo stretti attorno a lui e non avevamo più paura perché nostro padre era capace di fulminare un leprotto a ottanta metri di distanza. Chico era abbandonato in mezzo all’erba scura, e con la sua lunga veste chiara e i suoi ricciolini sulla fronte sembrava un angelo del buon Dio cui si fosse guastata un’aluzza e che fosse caduto nel trifoglio. Al Boscaccio non moriva mai nessuno, e quando la gente seppe che Chico stava male, tutti provarono un enorme sgomento. Anche nelle case si parlava sottovoce. Per il paese bazzicava un forestiero pericoloso e nessuno di notte si azzardava ad aprire una finestra per paura di vedere, nell’aia imbiancata dalla luna, aggirarsi la vecchia vestita di nero e con la falce in mano. Mio padre mandò a prendere col calessino tre o quattro dottori famosi. E tutti toccarono Chico e gli appoggiarono l’orecchio alla schiena, poi guardarono mio padre senza dir niente. Chico continuava a dormire e a scottare, e il suo viso era diventato più bianco del lenzuolo. Mia madre piangeva in mezzo a noi e non voleva più mangiare; mio padre non si sedeva mai e continuava ad arricciarsi i baffi, senza parlare. Il quarto giorno i tre ultimi dottori, che erano arrivati insieme, allargarono le braccia e dissero a mio padre: «Non c’è che il buon Dio che possa salvare il vostro bambino». Ricordo che era mattina: mio padre fece un cenno con la testa e noi lo seguimmo nell’aia. Poi con un fischio chiamò í famigli: erano cinquanta fra uomini, donne e bambini. Mio padre era alto, magro e potente, con lunghi baffi, un grande cappello, la giacca attillata e corta, i calzoni stretti alla coscia e gli stivali alti. (Da giovane mio padre era stato in America, e vestiva all’americana.) Faceva paura quando si piantava a gambe larghe davanti a qualcunó. Mio padre si piantò a gambe larghe davanti ai famigli e disse: «Soltanto il buon Dio può salvare Chico. In ginocchio: bisogna pregare il buon Dio di salvare Chico».

Tutti ci inginocchiammo e cominciammo a pregare ad alta voce il buon Dio. Le donne dicevano a turno delle cose e noi e gli uomini rispondevamo: «Amen». Mio padre rimase a braccia conserte, fermo come una statua davanti a noi fino alle sette di sera, e tutti pregavano perché avevano paura di mio padre e perché volevano bene a Chico. Alle sette di sera, mentre il sole cominciava a tramontare, venne una donna a chiamare mio padre. Lo seguii. I tre dottori erano seduti pallidi attorno al letto di Chico: «Peggiora» disse il più anziano. «Non arriverà a domattina.» Mio padre non disse nulla, ma sentii che la sua mano stringeva forte la mia. Uscimmo: mio padre prese la doppietta, la caricò a palla, se la mise a tracolla, prese un grosso pacco, me lo consegnò. «Andiamo» disse. Camminammo attraverso i campi: il sole si era nascosto dietro l’ultima boscaglia. Scavalcammo il muretto di un giardino e bussammo a una porta. Il prete era solo in casa e stava mangiando al lume della lucerna. Mio padre entrò senza levarsi il cappello. «Reverendo» disse mio padre «Chico sta male e soltanto il buon Dio può salvarlo. Oggi, per dodici ore, sessanta persone hanno pregato il buon Dio, ma Chico peggiora e non arriverà a domattina.» Il prete guardava mio padre con gli occhi sbarrati. «Reverendo» continuò mio padre «tu soltanto puoi parlare al buon Dio e fargli capire come stanno le cose. Fagli capire che se Chico non guarisce io gli butto all’aria tutto. In quel pacco ci sono cinque chili di dinamite da mina. Non resterà più in piedi un mattone di tutta la chiesa. Andiamo!» Il prete non disse parola: si avviò seguito da mio padre, entrò in chiesa, si inginocchiò davanti all’altare, giunse le mani. Mio padre stava in mezzo alla chiesa, col fucile sottobraccio, a gambe larghe, piantato come un macigno. Sull’altare ardeva una sola candela e tutto il resto era buio. Verso mezzanotte mio padre mi chiamò: «Va’ a vedere come sta Chico e torna subito». Volai fra i campi, arrivai a casa col cuore in gola. Poi ritornai e correvo ancora più forte. Mio padre era ancora lì, fermo, a gambe larghe, col fucile sottobraccio e il prete pregava bocconi sui gradini dell’altare. «Papà» gridai col mio ultimo fiato. «Chico è migliorato! Il dottore ha detto che è fuori pericolo! Il miracolo! Tutti ridono e sono contenti!» Il prete si alzò: sudava e il suo viso era disfatto. «Va bene» disse bruscamente mio padre.

Poi, mentre il prete guardava a bocca aperta, si tolse dal taschino un biglietto da mille e l’infilò nella cassetta delle elemosine. «Io i piaceri li pago» disse mio padre. «Buona sera.» Mio padre non si vantò mai di questa faccenda, ma al Boscaccio c’è ancora oggi qualche scomunicato il quale dice che, quella volta, Dio ebbe paura.

 

Stupendo! Meraviglioso perché io non so se in queste serate insieme vi ho letto il branetto degli Atti degli Apostoli che racconta di Eutico, quello che è caduto dal terzo piano. Un brano che ho scoperto qualche mese fa e che mi ha colpito tantissimo. Sull’educazione, che dice così:

 

Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per spezzare il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte. Nella sala di sopra, dove eravamo riuniti, c’erano molte lampade; un giovane di nome Eutico, che stava seduto sul davanzale della finestra, fu colto da un sonno profondo, poiché Paolo tirava in lungo il suo dire; egli, sopraffatto dal sonno, precipitò giù dal terzo piano e venne raccolto morto. Ma Paolo scese, si gettò su di lui e, abbracciatolo, disse: «Non vi turbate, perché la sua anima è in lui». Poi risalì, spezzò il pane e prese cibo; e dopo aver ragionato lungamente sino all’alba, partì. Il giovane fu ricondotto vivo, ed essi ne furono oltremodo consolati.

 

Io sono rimasto impressionatissimo, e quante volte in questi mesi l’ho citato a preti e suore, perché pensate che lì c’era San Paolo, il migliore! E, posso immaginare che se erano i primi cristiani che si riunivano ad ascoltare San Paolo magari quelli sono stati mangiati dai leoni la settimana dopo, magari hanno dato davvero la vita per Cristo! Non degli adulti sfigati, sbagliati, proprio cristiani tosti della prima ora. E immagino avranno parlato di cose bellissime, ma non hanno intercettato l’interesse di quel ragazzino che c’era lì.

Me lo figuro, come mi capita tante volte andando in giro a parlare, che inizialmente si siede davanti per fare l’adulto. Poi però si stufa dopo tre minuti e si sposta, poi si mette in fondo alla sala e poi per respirare un attimo si siede sul davanzale e intanto io continuo a parlare, parlare ma a quello non gliele frega niente, si addormenta, cade e muore. È la fotografia di tanta Chiesa dove tanti adulti sinceramente di fede, parlano di cose santissime tra loro, fanno delle cose bellissime tra loro, ma non parlano più a nessuno. E i ragazzi in particolare si addormentano e cadono morti.

Poi però dice che Paolo, accortosi dell’accaduto, interrompe quello che sta facendo e scende giù. Lo abbraccia e dice: “vi sembra morto, ma c’è qualcosa in lui che vive. Dobbiamo scommettere su qualcosa che in lui vive”. E a me questo sembra il principio educativo più bello che abbia mai sentito. Perché anche quando i nostri ragazzi sembrano morti, l’educatore è quello che scommette sul loro cuore, che vive perché gliel’ha dato Dio. E allora risale, riprende la messa, parla fino all’alba e nel frattempo il ragazzo era tornato in vita. Impressionante, ma ci vuole un adulto che facendo quel che fa è chiamato ad intercettare il desiderio di una gioventù alla quale il linguaggio che usiamo, i riti che proponiamo non bastano più, bisogna fare altro. Tutto quello che abbiamo detto fin qui della modernità, della chiesa in uscita e del coraggio di ripartire dall’io, mi sembra fotografato in quel brano che fa il paio con questo di Guareschi.

Perché Chico che muore sono i nostri figli, i nostri giovani. Bisogna prendere il fucile, andare in Chiesa, prendere un prete e farlo pregare. Io sono un po’ guerrafondaio e un po’ mi è rimasta l’idea che il cristianesimo sia una cosa virile, per uomini e donne veri. L’immagine della suora che all’asilo ci spiegava che la cresima ci fa “soldati di Cristo” mi gasava in un modo! Mi sembrava molto più interessante la cresima della comunione, nella mia fantasia. La fede non come una cosa per pappe molli, e l’ha detto anche Gesù: “il regno di Dio è dei violenti”. In questo senso bisogna forzare la mano a Dio qualche volta, spingere il proprio bisogno, il proprio grido fino a questa immagine. Insieme a quella di un popolo intero che per un pomeriggio ha pregato, nelle case, il padre che chiama a raccolta la sua gente per pregare! Ma non basta, bisogna che ci sia la Chiesa, bisogna che sia la Chiesa inevitabile luogo della Sua presenza, che ci aiuta a parlare con Dio, che fa accadere il miracolo. Queste due immagini mi hanno sempre entusiasmato. Il popolo non è a caso, è guidato, dentro al quale Dio a qualcuno ha chiesto di rappresentarli tutti, di offrire il sacrificio per il popolo, di parlare a Dio a nome del popolo, dei suoi bisogni, delle sue sofferenze. Questa è la messa per noi.

La seconda storia che non leggo invece riguarda il rapporto con la terra, meravigliosa e violentissima anche questa. E la terza è lui che dice che quando va all’osteria si va a bere e a dire quattro stupidate ma quanto a donne…

 

Ragazze? No, niente ragazze. Se si tratta di fare un po’ di baracca all’osteria, una cantata, sempre pronto. Niente altro, però: io ho già la mia ragazza che mi aspetta tutte le sere vicino al terzo palo del telegrafo lungo la strada del Fabbricone. Io avevo quattordici anni e tornavo a casa in bicicletta per la strada del Fabbricone. Un albero di prugne lasciava uscire un ramo da un muretto e, una volta, mi fermai. Una ragazza uscì dai campi con un cesto in mano e io la chiamai. Doveva avere un diciannove anni perché era molto più alta di me e ben formata. «Tu fammi la scaletta» le dissi. La ragazza depose il cesto ed io mi issai sulle sue spalle. Il ramo era stracarico e io mi riempii la camicia di prugne gialle.

«Allarga il grembiule che facciamo a mezzo» dissi alla ragazza. La ragazza rispose che non occorreva.

«Non ti piacciono le prugne?» domandai.

«Sì, ma io le posso staccare quando voglio» spiegò.

«La pianta è mia: io abito lì.» Io allora avevo quattordici anni e portavo í calzoni a mezza gamba: ma facevo il manovale di muratore e non avevo paura di nessuno. Lei era molto più alta di me e formata come una donna.

«Tu prendi in giro la gente» esclamai guardandola male «ma io sono anche capace di romperti la faccia, brutta spilungona.» Non fiatò neanche.

La incontrai due sere dopo, sempre sulla stradetta.

«Ciao, spilungona!» le gridai. Poi le feci un versaccio con la bocca. Adesso non sarei più capace, ma allora li facevo meglio del capomastro, che aveva imparato a Napoli. La incontrai delle altre volte, ma non le dissi più niente, una sera finalmente perdetti la pazienza, saltai giù dalla bicicletta e le sbarrai il passo.

«Si potrebbe sapere che cos’hai da guardarmi così?» le domandai buttandomi la visiera del berretto tutta da una parte. La ragazza spalancò due occhi chiari come l’acqua, due occhi come non ne avevo visti mai.

«Io non ti guardo» rispose timidamente;

Rimontai sulla bicicletta.

«Sta’ in gamba, spilungona!» le gridai.

«Io non scherzo.»

Una settimana dopo la vidi di lontano che stava camminando davanti a me a fianco di un giovanotto e mi venne una gran rabbia. Mi alzai in piedi sui pedali e cominciai a spingere come un dannato: a due metri dal giovanotto sterzai, e nel passargli vicino gli diedi una spallata che lo appiccicò lungo disteso per terra come una buccia di fico. Sentii che mi gridava dietro del figlio di donnaccia, e io allora smontai e appoggiai la bicicletta a un palo telegrafico, vicino a un mucchio di ghiaia. Lo vidi che mi correva incontro come un maledetto: era un giovanotto di vent’anni e con un pugno mi avrebbe spaccato. Ma io faceva il manovale di muratore e non avevo paura di nessuno. Quando fu ora gli sparai una sassata che lo prese dritto in faccia. Mio padre era un meccanico straordinario e quando aveva una chiave inglese in mano faceva scappare un paese intero: però anche mio padre, se vedeva che io riuscivo a raccattare un sasso, faceva dietro front e per picchiarmi aspettava che io dormissi. Ed era mio padre! Figurati quel baggiano là! Gli riempii la faccia di sangue, poi quando ne ebbi voglia saltai sulla bicicletta e filai via.

Per un paio di sere girai alla larga, poi, alla terza, ritornai per la strada del Fabbricone, e appena vidi la ragazza la raggiunsi e smontai all’americana, saltando giù dal sellino per di dietro. I ragazzi del giorno d’oggi fanno ridere quando vanno in bicicletta: parafanghi, campanelli, freni, fanali elettrici, cambi di velocità e poi? Io avevo una Frera con sopra le croste di ruggine, ma per scendere i sedici gradini della piazza mica smontavo: pigliavo il manubrio alla Gerbi e volavo giù come un fulmine. Smontai e mi trovai davanti alla ragazza: avevo la sporta attaccata al manubrio e cavai fuori una martellina.

«Se ti trovo ancora con un altro, ti spacco la testa a te e a lui» dissi. La ragazza mi guardò con quei suoi maledetti occhi chiari come l’acqua.

«Perché dici così?» mi domandò sottòvoce.

Non lo sapevo, ma cosa importa?

«Perché sì» risposi. «Tu devi andare a spasso da sola o se no con me.»

«Io ho diciannove anni e tu quattordici al massimo» disse la ragazza. «Se tu ne avessi almeno diciotto sarebbe un’altra cosa. Adesso io sono una donna e tu sei un ragazzo.»

«E tu aspetta fino a quando avrò diciotto anni» gridai.

«E bada a non farti vedere con qualcuno o sei fritta.»

Allora io facevo il manovale di muratore e non avevo paura di niente: quando sentivo parlare di donne, pigliavo su e andavo via. Non me ne importava un fico secco delle donne: però quella là non doveva far la stupida con gli altri. Rividi la ragazza per quasi quattro anni, tutte le sere meno la domenica. Era sempre là, appoggiata al terzo palo del telegrafo, sulla strada del Fabbrícone. Se pioveva aveva il suo bravo ombrello aperto.

Non mi fermai neanche una volta.

«Ciao» le dicevo passando.

«Ciao» mi rispondeva. Il giorno in cui compii diciotto anni smontai dalla bicicletta.

«I-Io diciotto anni» le dissi. «Adesso puoi venire a spasso con me. Se fai la stupida ti spacco la testa.»

Lei aveva adesso ventitré anni e s’era fatta una donna completa: però aveva sempre gli stessi occhi chiari come l’acqua e parlava sempre a voce bassa, come prima.

«Tu hai diciotto anni» mi rispose «ma io ne ho ventitré. I ragazzi mi prenderebbero a sassate se mi vedessero insieme con uno così giovane.»

Lasciai andare la bicicletta per terra, rimediai un sasso piatto e le dissi: «Lo vedi quell’isolatore là, il primo sul terzo palo?». Fece cenno di sì con la testa. Lo centrai netto e rimase soltanto il gancio di ferro, nudo come un verme.

«I ragazzi» esclamai «prima di,prenderci a sassate dovranno saper lavorare così.»

«Facevo per dire» spiegò la ragazza.

«Non sta bene che una donna vada in giro con un minorenne. Se tu avessi almeno fatto il soldato!…»

Mi girai la visiera del berretto tutta a sinistra: «Ragazza mia, per caso mi avresti preso per un torototella? Quando avrò fatto il soldato, io avrò ventun anno e tu ne avrai ventisei: e allora ricomincerai la storia».

«No» rispose la ragazza «fra diciotto e ventitré è una cosa, e fra ventuno e ventisei è un’altra. Più si va avanti e meno gli anni di differenza contano. Un uomo che abbia ventun anno o che ne abbia ventisei è la stessa cosa.»

Mi pareva un ragionamento giusto: però io non ero il tipo che si lasciasse menare per il naso.

«Allora ne riparleremo quando avrò fatto il soldato» dissi saltando in sella. «Però bada che se quando ritorno non ti trovo, vengo a spaccarti la testa anche sotto il letto di tuo padre.»

Tutte le sere la vedevo ferma al terzo palo della luce e io non scesi mai. Le dicevo buona sera e lei mi rispondeva buona sera.

Quando mi chiamarono io le gridai. «Domani parto per il militare».

«Arrivederci» rispose la ragazza. Adesso non è il caso di ricordare tutta la mia vita militare: macinai diciotto mesi di naia e al reggimento ero lo stesso di quando stavo a casa. Avrò fatto tre mesi di riga: si può dire che tutte le sere o ero consegnato o ero dentro. Appena passati i diciotto mesi mi mandarono a casa. Arrivai nel pomeriggio tardi e, senza neanche mettermi in borghese, saltai sulla bicicletta e andai verso la strada del Fabbricone. Se quella trovava ancora delle storie, la facevo fuori a bici-dettate nella schiena. Cominciava a farsi scuro lentamente e io andavo come un fulmine pensando dove diavolo sarei andato a stanarla fuori.

Ma non dovetti cercare un bel niente,invece: la ragazza era là che mi aspettava puntualmente sotto il terzo palo del telegrafo. Era precisa come l’avevo lasciata, e gli occhi erano gli stessi, identici. Smontai davanti a lei.

«Ho finito» le dissi mostrandole il foglio di congedo. «C’è l’Italia seduta e vuol dire congedo illimitato. Dove c’è invece l’Italia in piedi significa congedo provvisorio.»

«È una bella cosa» rispose la ragazza.

Avevo corso come un Dio-ti-fulmini e avevo la gola secca. «Si potrebbe avere un paio di quelle prugne gialle di quella volta?» domandai.

La ragazza sospirò: «Mi dispiace tanto, ma la pianta è bruciata».

«Bruciata?» mi meravigliai.

«Da quando in qua le piante di prugne bruciano?»

«È stato sei mesi fa» rispose la ragazza. «Una notte prese fuoco il pagliaio e bruciò la casa e tutte le piante dell’orto, come zolfanelli. Tutto è bruciato: dopo due ore c’erano soltanto i muri. Li vedi?»

Guardai là in fondo e vidi un pezzo di muro nero con una finestra che si apriva sul cielo rosso.

«E tu?» domandai. «Anch’io» rispose con un sospiro «anch’io come tutto il resto. Un mucchietto di cenere e buona notte al secchio.»

Io guardai la ragazza che stava appoggiata contro il palo del telegrafo: la guardai fisso e, attraverso la sua faccia e il suo corpo, vidi la venatura del legno del palo e l’erba del fosso. Le misi un dito sulla fronte e toccai il palo del telegrafo. «Ti ho fatto male?» domandai.

«Niente male.»

Rimanemmo un po’ in silenzio mentre il cielo diventava di un rosso sempre pre più cupo.

«E allora?» dissi alla fine.

«Ti ho aspettato» sospirò la ragazza «per farti vedere che la colpa non è mia. Adesso, posso andare?»

Io allora avevo ventun anno e facevo il presentat’armi con un pezzo da settantacinque. Le ragazze quando mi vedevano passare, buttavano in fuori il petto come se si trovassero alla rivista del generale, e mi guardavano fin che avevano una fessura d’occhio.

«Allora?» ripeté la ragazza con voce bassa. «Debbo andare?»

«No» le risposi io. «Tu devi aspettarmi fin che ho finito quest’altro servizio. In giro non mi prendi, bella mia.»

«Va bene» disse la ragazza. E mi parve che sorridesse.

Ma a me queste stupidaggini non vanno tanto e rimontai subito in bicicletta.

Adesso sono ormai dodici anni che tutte le sere ci vediamo. Io passo e neanche smonto dalla bicicletta «Ciao».

«Ciao.»

Capite? Se si tratta di fare una cantata all’osteria, un po’ di baracca, sempre pronto. Niente altro, però: io ho già la mia ragazza che mi aspetta tutte le sere vicino al terzo palo del telegrafo sulla strada del Fabbricone.

 

Capirete che per un dantista come me una ragazza i cui occhi sono pezzi di cielo “lucevan gli occhi suoi più che la stella”, una ragazza che muore mentre ti aspetta e una ragazza a cui chiedi di aspettarti proprio perché è morta perché la vuoi rivedere, è quanto di più dantesco io possa riuscire a immaginare. In questo terzo racconto un amore e una fede incrollabili nella vita, una tradizione che passa attraverso la terra, che è fatta di amore alla propria terra e un amore che è per l’eternità, tenuto d’occhio per tutta la vita e che è l’unico vero grande amore a cui terrà fede per sempre è esattamente quello che in Dante è cantato, qui raccontato con la saggezza e la sapienza di un figlio di contadini. Ma è la stessa cosa. Quella fede che abbiamo ricevuto è fatta di queste cose: di un amore vero per la donna tanto che ti cambia la vita, tanto che è una fedeltà che dura dopo la morte, che dura per sempre. Che diventa un compito rispetto alla terra, rispetto ai giovani, al futuro e ai propri figli.

Sembrano tre storielle ma sono la grande premessa per capire tutto il mondo di Guareschi e tutta la nostra tradizione.

 

Seconda questione: se si tratta di salvare questo seme, in tempi difficili e terribili, salvare l’unica cosa che conta, chi lo può salvare? Lui dice che bisogna fare come il contadino che salva il seme e aspetta il momento buono. In Buzzati c’è una percezione così acuta che il seme da salvare sia il cuore che Dio ci dà, il desiderio. O almeno io lo leggo così, poi ognuno avrà la sua idea. È il desiderio, questa nostalgia con cui l’uomo viene al mondo di una cosa grande per cui si sente fatto e per cui l’unico compito che abbiamo, se si tratta di salvare il seme si tratta di questo: salvare la natura dell’uomo che è tensione all’infinito, all’essere. abbiamo detto con altri poeti e con altre parole: tensione alla felicità, al bene, a qualcosa di grande.

Allora leggere Buzzati è come guardare la vita nei suoi particolari anche più infimi, fino allo scarafaggio, guardare la vita, la giornata e le cose della vita sempre con dentro questo amore per la verità. Cioè non poterne della menzogna, non poter mentire né a se stessi né agli altri, dire la verità, dar la vita per la verità è l’unico compito che abbiamo. Questo salva il seme perché la verità è che il nostro cuore è fatto per Dio, per un’amicizia grande, per il bene, per la bellezza. E allora se abbiamo un compito ed è quello di salvare il seme, bisogna cercare di vivere prima di tutto noi all’altezza del desiderio.

Le novelle di Buzzati, sia quelle terribili, come quella dei topi che se la leggo troppo non mi fa dormire la notte. È la storia di una famiglia presso cui il protagonista va in vacanza una settimana all’anno. Di anno in anno si accorge di una cosa che gli dà un po’ fastidio, a volte chiede, a volte non osa…Insomma, c’è un topolino il primo anno, l’anno dopo di più, quello dopo ancora sente dei rumori in soffitta…Questo problema aumenta sempre e lui cerca di parlare con i padroni di casa ma questi quasi si risentono di essere richiamati sulla presenza di questi topi che invece che combatterli in qualche modo li si tiene buoni. Tant’è che il figlio maggiore, Giorgio, un giorno confessa: “Sai il papà dev’essere un po’ fuori di testa. L’ho scoperto a volte buttare una salsiccia nella botola che va in cantina quasi per tenersi buoni questi topastri che girano per la casa”.

Il racconto finisce con lui che va per l’ultima volta in vacanza non trovando più né lui né lei ma solo il figlio maggiore che in qualche modo gli ha sempre detto la verità e gli chiede: “Ma dove sono il papà e la mamma? Si sentono rumori sinistri…” Il figlio gli chiede di seguirlo, solleva la botola, butta uno zolfanello acceso perché per un attimo si veda la scena. La scena è questa:

 

Tacque. E attraverso il pavimento giunse un suono difficilmente descrivibile. Un brusìo, un cupo fremito, un rombo sordo come di materia inquieta e viva che fermenti. E frammezzo pure delle voci, piccole grida acute, fischi, sussurri. “Ma quanti sono?” chiesi con un brivido. 

“Chissà, milioni forse. Adesso guarda ma fa’ presto”.

Accese un fiammifero e sollevato il coperchio della botola lo lasciò cadere giù nel buco.

Per un attimo io vidi. In una specie di caverna un frenetico brulichio di forme nere accavallantesi in smaniosi vortici. E c’era in quel laido tumulto una potenza, una vitalità infernale che nessuno avrebbe mai più fermato. I topi.

Vidi anche un luccicare di pupille, migliaia e migliaia rivolte in su che mi fissavano cattive. Ma Giorgio chiuse il coperchio con un tonfo.

E adesso? Perché Giovanni ha scritto di non potere più invitarmi? Cosa è successo? Avrei la tentazione di fargli una visita, pochi minuti basterebbero tanto per sapere, ma non ne ho il coraggio.

Da varie fonti mi sono giunte strane voci, talmente strane che la gente le ripete come favole e ne ride. Ma io non rido. 

Dicono per esempio che i due vecchi genitori siano morti, dicono che nessuno esca più dalla villa e che i viveri glieli porti un uomo del paese lasciando il pacco al limite del bosco.

Dicono che nella villa nessuno possa entrare, che enormi topi l’abbiano occupata e che i Corio ne siano schiavi.

Un contadino che si è avvicinato, ma non molto eh, dice di aver intravisto la signora Corio, la moglie del mio amico, quella dolce e amabile creatura, in cucina, accanto al fuoco vestita come una pezzente e rimestava in un immenso calderone mentre intorno grappoli fetidi di topi la incitavano avidi di cibo. Sembrava stanchissima e afflitta. Come scorse l’uomo che guardava, gli fece con le mani un gesto sconsolato quasi volesse dire “non datevi pensiero, è troppo tardi. Per noi non ci sono più speranze”.

 

La lotta con il male è una lotta quotidiana. Questo racconto mi impressiona perché parte da un topino piccolo piccolo che passava, che gli faceva perfino tenerezza anni prima. E invece il male, il topolino, si moltiplica e comici ad averne paura e poi non lo domini più. È una lotta, una vera lotta quotidiana.

Questo è uno dei più terribili dei suoi racconti perché pone il problema del male.

 

Vi leggo un altro dei più famosi “Il disco si posò”, ma leggeteveli tutti, sono bellissimi.

 

Era sera e la campagna già mezza addormentata, dalle vallette levandosi lanugini di nebbia e il richiamo della rana solitaria che però subito taceva (l’ora che sconfigge anche i cuori di ghiaccio, col cielo limpido, l’inspiegabile serenità del mondo, l’odor di fumo, i pipistrelli e nelle antiche case i passi felpati degli spiriti), quand’ecco il disco volante si posò sul tetto della chiesa parrocchiale, la quale sorge al sommo del paese.

 All’insaputa degli uomini che erano già rientrati nelle case, l’ordigno si calò verticalmente giù dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come colomba. Era grande, lucido, compatto, simile a una lenticchia mastodontica; e da certi sfiatatoi continuò a uscire zufolando un soffio. Poi tacque e restò fermo, come morto.

 Lassù nella sua camera che dà sul tetto della chiesa, il parroco, don Pietro, stava leggendo, col suo toscano in bocca. All’udire l’insolito ronzio, si alzò dalla poltrona e andò ad affacciarsi al davanzale. Vide allora quel coso straordinario, colore azzurro chiaro, diametro circa dieci metri.

 Non gli venne paura, né gridò, neppure rimase sbalordito. Si è mai meravigliato di qualcosa il fragoroso e imperterrito don Pietro? Rimase là, col toscano, ad osservare. E quando vide aprirsi uno sportello, gli bastò allungare un braccio: là al muro c’era appesa la doppietta.

 Ora sui connotati dei due strani esseri che uscirono dal disco non si ha nessun affidamento. È un tale confusionario, don Pietro. Nei successivi suoi racconti ha continuato a contraddirsi. Di sicuro si sa solo questo: ch’erano smilzi e di statura piccola, un metro un metro e dieci. Però lui dice anche che si allungavano e si accorciavano come fossero di elastico. Circa la forma, non si è capito molto: «Sembravano due zampilli di fontana, più grossi in cima e stretti in basso» così don Pietro «sembravano due spiritelli, sembravano due insetti, sembravano scopette, sembravano due grandi fiammiferi.» «E avevano due occhi come noi?» «Certo, uno per parte, però piccoli.» E la bocca? e le braccia? e le gambe? Don Pietro non sapeva decidersi: «In certi momenti vedevo due gambette e un secondo dopo non le vedevo più… Insomma, che ne so io? Lasciatemi una buona volta in pace!».
Zitto, il prete li lasciò armeggiare col disco. Parlottavano tra loro a bassa voce, un dialogo che assomigliava a un cigolio. Poi si arrampicarono sul tetto, che ha una moderatissima pendenza, e raggiunsero la croce, quella che è in cima alla facciata. Ci girarono intorno, la toccarono, sembrava prendessero misure. Per un pezzo don Pietro lasciò fare, sempre imbracciando la doppietta. Ma all’improvviso cambiò idea.

«Ehi!» gridò con la sua voce rimbombante. «Giù di là, giovanotti. Chi siete?»

 I due si voltarono a guardarlo e sembravano poco emozionati. Però scesero subito, avvicinandosi alla finestra del prevosto. Poi il più alto cominciò a parlare.

Don Pietro – ce lo ha lui stesso confessato – rimase male: il marziano (perché fin dal primo istante, chissà perché, il prete si era convinto che il disco venisse da Marte; né pensò di chiedere conferma), il marziano parlava una lingua sconosciuta. Ma era poi una vera lingua? Dei suoni, erano, per la verità non sgradevoli, tutti attaccati senza mai una pausa. Eppure il parroco capì subito tutto, come se fosse stato il suo dialetto. Trasmissione del pensiero? Oppure una specie di lingua universale automaticamente comprensibile?

 «Calmo, calmo» lo straniero disse «tra poco ce n’andiamo. Sai? Da molto tempo noi vi giriamo intorno, e vi osserviamo, ascoltiamo le vostre radio, abbiamo imparato quasi tutto. Tu parli, per esempio, e io capisco. Solo una cosa non abbiamo decifrato. E proprio per questo siamo scesi. Che cosa sono queste antenne? (e faceva segno alla croce). Ne avete dappertutto, in cima alle torri e ai campanili, in vetta alle montagne, e poi ne tenete degli eserciti qua e là, chiusi da muri, come se fossero vivai. Puoi dirmi, uomo, a cosa servono?»

 «Ma sono croci!» fece don Pietro. E allora si accorse che quei due portavano sulla testa un ciuffo, come una tenue spazzola, alta una ventina di centimetri. No, non erano capelli, piuttosto assomigliavano a sottili steli vegetali, tremuli, estremamente vivi, che continuavano a vibrare. O invece erano dei piccoli raggi, o una corona di emanazioni elettriche?

«Croci» ripeté, compitando il forestiero. «E a che cosa servono?»

Don Pietro posò il calcio della doppietta a terra, che gli restasse però sempre a portata di mano. Si drizzò quindi in tutta la statura, cercò di essere solenne:

«Servono alle nostre anime» rispose. «Sono il simbolo di Nostro Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, che per noi è morto in croce.»

Sul capo dei marziani all’improvviso gli evanescenti ciuffi vibrarono. Era un segno di interesse o di emozione? O era quello il loro modo di ridere?

«E dove, dove questo sarebbe successo?» chiese sempre il più grandetto, con quel suo squittio che ricordava le trasmissioni Morse; e c’era dentro un vago accento di ironia.

«Dio, vuoi dire, sarebbe venuto qui, tra voi?»

«Qui, sulla Terra, in Palestina.»

Il tono incredulo irritò don Pietro.

«Sarebbe una storia lunga» disse «una storia forse troppo lunga per dei sapienti come voi.»

In capo allo straniero la leggiadra indefinibile corona oscillò due tre volte. Pareva che la muovesse il vento.
«Oh, dev’essere una storia magnifica» fece con condiscendenza. «Uomo, vorrei proprio sentirla.»

Balenò nel cuore di don Pietro la speranza di convertire l’abitatore di un altro pianeta? Sarebbe stato un fatto storico, lui ne avrebbe avuto gloria eterna.

«Se non vuoi altro» disse, rude. «Ma fatevi vicini, venite pure qui nella mia stanza.»

Fu certo una scena straordinaria, nella camera del parroco, lui seduto allo scrittoio alla luce di una vecchia lampada, con la Bibbia tra le mani, e i due marziani in piedi sul letto perché don Pietro li aveva invitati ad accomodarsi, che si sedessero sul materasso, e insisteva, ma quelli a sedere non riuscivano, si vede che non ne erano capaci e tanto per non dir di no alla fine vi erano saliti, standovi ritti, il ciuffo più che mai irto e ondeggiante.

«Ascoltate, spazzolini!» disse il prete, brusco, aprendo il libro, e lesse: “…l’Eterno Iddio prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino d’Eden… e diede questo comandamento: Mangia pure liberamente del frutto di ogni albero del giardino, ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare: perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo sarà la tua morte. Poi l’Eterno Iddio…
Levò gli sguardi dalla pagina e vide che i due ciuffi erano in estrema agitazione. «C’è qualcosa che non va?».
Chiese il marziano: «E, dimmi, l’avete mangiato, invece? Non avete saputo resistere? È andata così, vero?».
«Già. Ne mangiarono» ammise il prete, e la voce gli si riempì di collera. «Avrei voluto veder voi! È forse cresciuto in casa vostra l’albero del bene e del male?»

«Certo. È cresciuto anche da noi. Milioni e milioni di anni fa. Adesso è ancora verde…»

«E voi?… I frutti, dico, non li avete mai assaggiati?».

«Mai» disse lo straniero. «La legge lo proibisce.»

Don Pietro ansimò, umiliato. Allora quei due erano puri, simili agli angeli del cielo, non conoscevano peccato, non sapevano che cosa fosse cattiveria, odio, menzogna? Si guardò intorno come cercando aiuto, finché scorse nella penombra, sopra il letto, il crocefisso nero.

Si rianimò: «Sì, per quel frutto ci siamo rovinati… Ma il figlio di Dio» tuonò, e sentiva un groppo in gola «il figlio di Dio si è fatto uomo. Ed è sceso qui tra noi!»

L’altro stava impassibile. Solo il suo ciuffo dondolava da una parte e dall’altra, simile a una beffarda fiamma.
« È venuto qui in Terra, dici? E voi, che ne avete fatto? Lo avete proclamato vostro re?… Se non sbaglio, tu dicevi ch’era morto in croce… Lo avete ucciso, dunque?»

Don Pietro lottava fieramente: «Da allora sono passati quasi duemila anni! Purtroppo per noi è morto, per la nostra vita eterna!».

Tacque, non sapeva più che dire. E nell’angolo scuro le misteriose capigliature dei due ardevano, veramente ardevano di una straordinaria luce. Ci fu silenzio e allora di fuori si udì il canto dei grilli.

«E tutto questo» domandò allora il marziano con la pazienza di un maestro «tutto questo è poi servito?»
Don Pietro non parlò. Si limitò a fare un gesto con la destra, sconsolato, come per dire: che vuoi? siamo fatti così, peccatori siamo, poveri vermi peccatori che hanno bisogno della pietà di Dio. E qui cadde in ginocchio, coprendosi la faccia con le mani.

Quanto tempo passò? Ore, minuti? Don Pietro fu riscosso dalla voce degli ospiti. Alzò gli occhi e li scorse già sul davanzale, in procinto, si sarebbe detto, di partire. Contro il cielo della notte i due ciuffi tremolavano con affascinante grazia.

«Uomo» domandò il solito dei due. «Che stai facendo?»

«Che sto facendo? Prego!… Voi no? Voi non pregate?»

«Pregare, noi? E perché pregare?»

«Neanche Dio non lo pregate mai?»

«Ma no!» disse la strana creatura e, chissà come, la sua corona vivida cessò all’improvviso di tremare, facendosi floscia e scolorita.

«Oh, poveretti» mormorò don Pietro, ma in maniera che i due non lo udissero come si fa con i malati gravi. Si levò in piedi, il sangue riprese a correre con forza su e giù per le sue vene. Si era sentito un bruco, poco fa. E adesso era felice. “Eh, eh” ridacchiava dentro di sé “voi non avete il peccato originale con tutte le sue complicazioni. Galantuomini, sapienti, incensurati. Il demonio non lo avete mai incontrato. Quando però scende la sera, vorrei sapere come vi sentite! Maledettamente soli, presumo, morti di inutilità e di tedio.” (I due intanto si erano già infilati dentro allo sportello, lo avevano chiuso, e il motore già girava con un sordo e armoniosissimo ronzio. Piano piano, quasi per miracolo, il disco si staccò dal tetto, alzandosi come fosse un palloncino: poi prese a girare su se stesso, partì a velocità incredibile, su, su in direzione dei Gemelli.) «Oh» continuava a brontolare il prete «Dio preferisce noi di certo! Meglio dei porci come noi, dopo tutto, avidi, turpi, mentitori, piuttosto che quei primi della classe che mai gli rivolgon la parola. Che soddisfazione può avere Dio da gente simile? E che significa la vita se non c’è il male, e il rimorso, e il pianto?»

Per la gioia, imbracciò lo schioppo, mirò al disco volante che era ormai un puntolino pallido in mezzo al firmamento, lasciò partire un colpo. E dai remoti colli rispose l’ululio dei cani.

 

Che cos’è la vita se non c’è il dolore, il bisogno, il male e perciò il bene e il perdono? E perciò il desiderio?

Tutta l’opera di Buzzati mi sembra che ruoti attorno a questo grido, che non so definire se non ricordando il grido nella Chiesa la notte di Pasqua: “Felice colpa che ci ha meritato un così grande redentore!” Cioè a dire: senza nessuno scandalo è l’idea di fede e di Chiesa su cui ci ha rilanciato così frequentemente papa Francesco. La Chiesa incidentata, sporca piuttosto che la Chiesa dei sapientoni che no ha più bisogno né di perdono né di altro.

La novella “Nuovi strani amici” è da questo punto di vista è quella di Buzzati che amo di più. Ve la rammento soltanto. è la più bella perché parla di questo Stefano Martella che muore. Morendo dice: “va beh, tutto sommato non ho fatto proprio asinate grosse: ho lavorato tutta la vita, ho lasciato un po’ di soldi ai figli, qualche scappatella ma niente di che…dovrei finire in paradiso…” Infatti muore e si trova in Paradiso. Si trova in un paradiso dove tutto è perfetto, tutto è proprio come avrebbe desiderato: la casa è quella che ha sempre sognato, il clima intorno bellissimo dappertutto servitori che appena avvertono un po’ di sete sono pronti a servigli un calice di quello che avrebbe voluto bere. Tutto perfetto!

Solo che mentre si muove e una guida gli si accosta per spiegargli che quella è la sua casa ecc…a lui vengono delle domande e si informa su come funziona questo paradiso.

 

– E Dio? – domandò il Martella (in cuor suo non gliene importava un bel niente, ma gli sembrava doveroso, se non altro per cortesia, informarsi circa il padrone di casa, il signore di quel regno). – E Dio? Mi ricordo che al catechismo, da piccolo, mi dicevano che in paradiso si gode la vista di Dio. Da quassù non si vede? –  Francesco rise, in tono un po’ beffardo a dire il vero: – Eh, caro Martella, scusi se glielo dico, ma adesso forse pretende un po’ troppo mi sembra -. (Ma perché rideva in quel modo antipatico?) – Ciascuno ha il suo giusto paradiso, naturalmente, conforme alla sua natura. Che cosa le può interessare Dio, se non ci ha mai creduto? – Al che l’altro non insistette; dopo tutto, che gliene importava? Visitarono, non tutta la casa, che sarebbe stato troppo lungo, ma le cose principali; l’insieme prometteva una esistenza beata. Poi Francesco propose di andare al circolo: il Martella vi avrebbe trovato un gruppo di cari amici. 

 

Continuano un po’ la visita e il Martella continua a chiedere:

 

   – E donnette? ce ne sono di graziose donnette? -. (non che per la via non ne avesse vedute; una più bella dell’altra, anzi; ma voleva proprio sapere se lui, alla sua età, senza rimetterci in prestigio, avrebbe potuto eccetera eccetera.) – Che domande – fece l’altro, divertito, ma sempre con quel fondo beffardo. – Vuole chi manchino proprio qui in paradiso? Al circolo, una residenza di monarchi, sette otto signori di cospicua levatura sociale furono intorno al Martella, con la cordialità di vecchi amici. Lui ebbe l’impressione di averne conosciuti già due; gli venne anzi il vago sospetto che fossero stati due colleghi, chissà, suoi rivali, a cui forse aveva giocato qualche brutto tiro; ma di preciso non riusciva a ricordare. Nessuno dei due del resto diede segno di riconoscerlo.

– Eccoti qui dunque anche tu! – disse il più vecchio di quei signori, bianco di capelli, dignitosissimo, che lo contemplava avidamente. – Contento? contento?

– Eh, per forza contento – rispose il Martella centellinando un aperitivo che gli era stato subito offerto.

– Perché dici per forza? – intervenne un altro, magro, sulla trentina, con una faccia un po’ sul tipo di Voltaire, una piega delle labbra alquanto ironica ed amara. – Credi che sia obbligatorio essere contenti?

 

Insomma tutto il dialogo si gioca su una strana dinamica per cui tutto è perfetto, tutto è bello, tutto è esattamente e più di quel che aveva sognato ma…nelle risposte che raccoglie c’è una sfumatura che lo inquieta, c’è qualcosa di strano.

Arriva un altro che pure si associa al primo a far da guida che dice cose un po’ diverse.

 

Tutto quello che ci faceva penare laggiù –  e fece con la destra un piccolo gesto bizzarro, che il Martella non aveva mai visto, evidentemente un gesto convenzionale e assai comune nell’aldilà per indicare la primiera esistenza – tutto quello che ci faceva penare laggiù adesso è scomparso.

– Tutto, proprio tutto? Anche gli scocciatori? – fece il Martella per mostrarsi di spirito.

– Spero bene – disse il vecchio signore.

– E malattie? Neanche un raffreddore?

– Malattie? Allora perché si sarebbe in paradiso? – e accentuò l’ultima parola, chissà perché, quasi la disprezzasse.

– Tranquillizzati – confermò il magro fissando bene negli occhi il nuovo compagno, – inutile aspettarsi malattie, non verranno.

– E che cosa ti fa pensare che io ne aspetti? Ne ho avuto abbastanza, direi – disse il Martella e si compiacque che gli fosse venuta fuori così, spontaneamente, una facezia.

– Non si sa mai, non si sa mai – insisteva l’altro, né si capiva se scherzasse o no. – Non sperare di potertene stare qualche giorno in letto con la febbre… o di avere un bel mal di denti… Neppure una storta, neanche una volgarissima storta ci è concessa!

– Ma perché gli parli così? Non sono mica disgrazie! – esclamò il vecchio; quindi, rivolto all’ospite: – Non badarci, sai, lui si diverte a scherzare.

– Eh, ho ben capito – disse il Martella con stentata disinvoltura, perché invece si sentiva in imbarazzo. – Qui insomma il dolore non esiste.

– Non c’è dolore, caro mio – ribadiva il signore canuto – e quindi non ospedali, non manicomi, non colonie sanatoriali.

– Giusto! – approvò il magro. – Su, spiegagli bene tutto!

– Ecco – continuò il vecchio signore – noi non abbiamo dolori. E poi qui nessuno ha paura. Di che cosa dovrebbe aver paura? Vedrai, non ti capiterà più di sentire il cuore che batte.

– Neanche quando si fanno dei brutti sogni, degli incubi?

– E perché vuoi avere degli incubi? Non credo neppure si sogni, da noi. Che io mi ricordi, da quando sono qui non ho mai sognato una volta.

– Ma desideri, desideri ne avrete, dico.

– Desideri di che? Se abbiamo tutto. Che cosa resta da desiderare? Che cosa ci manca?

– E le cosiddette… le cosiddette pene d’amore?

– Neanche queste, naturalmente. Né desideri, né amore, né rimpianti, né odi, né guerre, ti dico: tutto assolutamente tranquillo.

Ma a questo punto il giovane magro si alzò, da seduto che era, in piedi; una espressione dura sul volto. – Non pensarci nemmeno – disse al Martella con impeto. – Càvatelo dalla mente. Qui, siamo tutti felici, intesi? Niente ti costerà fatica, non sarai mai stanco, non avrai sete, mai ti farà male il cuore alla vista di una donna, mai dovrai aspettare la luce dell’alba, rivoltandoti sul letto, come una liberazione. Non abbiamo nostalgie, né rimorsi, niente ci fa più paura, non c’è più neanche la paura dell’inferno! Siamo felici, te ne vuoi persuadere? – Qui si fermò un attimo, quasi colto da pensiero sgradito. – E poi…, e poi specialmente una cosa: sulle prime non ci si pensa, eppure è tutta qui la questione: da noi non esiste la morte, capisci? Non abbiamo più la facoltà di morire; che bellezza vero? Ne siamo de-fi-ni-ti-va-men-te – e sillabava la parola – definitivamente esonerati… Ha un bel passare il tempo, oggi è uguale a ieri, domani uguale a oggi, niente di male ci potrà mai succedere. – La voce qui si fece lenta e grave. – La morte! Ti ricordi quanto la odiavamo? Come ci amareggiava la vita! E i cimiteri, te li ricordi? E i cipressi, e i lumini nella notte e i fantasmi, i fantasmi con le catene che uscivano dalle tombe?… E il pensiero dell’aldilà, le discussioni che si facevano, quel mistero, ti ricordi? Oh, ma chi ci pensa oramai…Qui tutto è diverso, qui siamo liberi finalmente, non c’è nessuno che ci stia ad aspettare alla porta. Che soddisfazione, vero? Che bellissima festa!

Il vecchio signore aveva ascoltato lo sfogo con crescente apprensione. Ora intervenne duramente: – Smettila, ti dico, smettila. È mai possibile perdere così il controllo? 

 

La discussione prosegue finché arrivano quattro guardiani che prendono il giovane e lo portano via mentre sta urlando:

 

– Guardali, i bei palazzi, i giardini, i gioielli. Divèrtiti, se sei capace. Ma non capisci che abbiamo perso tutto? Ma non hai ancora capito che…-  Qui le parole furono soffocate come gli avessero imposto un bavaglio.

La frase terminò in un borbottio informe che il Martella non poté decifrare. Non importava, oramai. Una voce sottile, estremamente precisa, gli diceva ciò che l’altro non era riuscito. – Ma non hai ancora capito – diceva questa voce –  che noi siamo all’inferno?

 

Non è il Paradiso, è l’Inferno. Un posto dove non c’è da amare, da desiderare, dove non c’è il bisogno dell’altro è l’inferno. Perché il Paradiso sarà esattamente il contrario. Non che ci siano le pene, non che ci sia il dolore, ma ci sarà la verità dell’essere e la verità dell’essere è il bisogno dell’altro. Io sono il rapporto con te, io senza di te non esisto. Questo dice questa novella incredibile, la più grande storia che io ricordi che dica con chiarezza cos’è l’inferno e cos’è il Paradiso.

E come mai Gesù sia venuto e perché sia venuto per chi ha il coraggio di dire “Signore io ho bisogno”. I malati, i poveri, gli oppressi, le beatitudini insomma. E dice in qualche modo la natura di Dio. Perché Dio è amore cioè sono in tre ma uno non esiste senza gli altri due. L’uno è bisogno dell’altro e perciò è Dio. Perché è questo bisogno perennemente realizzato vissuto come piena comunione.

 

Ultimissima domanda: se il problema allora è conservare la nostra natura come desiderio, chi ce la fa? Chi di noi vive ogni giorno all’altezza del suo desiderio, della sua natura? Così come Dio l’ha fatta? Uno stupore e una meraviglia davanti alla realtà e perciò una dipendenza vissuta da chi l’ha fatta e la voglia, il desiderio che questa che è la verità sia detta, che non si viva nella menzogna. Ma come si fa a vivere così?

L’ultima parola che voglio dirvi è la parola “popolo”. C’è un posto che Dio si è inventato che non è il posto dove si fa i bravi o dove si diventa più bravi, la domanda del marziano se siamo riusciti a cambiare qualcosa, non è il posto dove si diventa più bravi, è il posto dove si custodisce la verità.

La Chiesa è quella porzione dell’umanità che essendo la Sua presenza, coincidendo con la Sua presenza è il posto dove la verità viene detta, come si è e come si può senza scandali.

Come ha detto il don Pietro ai marziani: “Dio non può che preferire noi così porci, così peccatori, così traditori ma ci deve preferire perché noi quando prendiamo coscienza di essere così abbiamo bisogno di lui e lui ci vuole bene quando noi gli diciamo che abbiamo bisogno di lui, ed è quello che lo fa felice! Voi come fate piuttosto a sopportare questa apparente perfezione per cui non avreste bisogno di Dio, non avete bisogno di essere salvati?” Ci vuole un popolo, ci vuole la Chiesa che ci aiuti a custodire questo desiderio che Dio ci ha dato e che è l’unica ragione per cui siamo al mondo. “Conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell’altra” è la definizione del Paradiso che mi ha insegnato la mia suora al catechismo.

Io mi ero segnato una serie di cose da citarvi semplicemente e con cui vi chiederei di lasciarci e tornare a casa pensosi rispetto a questa possibilià a cui siamo chiamati.

Vi ricordate che quando ho letto Leopardi dicevo che don Giussani si chiedeva perché un genio così che voleva il cristianesimo, voleva l’incarnazione non l’ha riconosciuta presente? La risposta che lui dà è: “non ebbe amicizia sufficiente”. Non visse la Chiesa.

Ecco, credo che quello che noi dobbiamo vivere, sostenuti ed aiutati anche da questi testi meravigliosi, è fare la Chiesa, cioè vivere tra noi amicizia sufficiente a sostenere il desiderio grande che abbiamo. Senza avere la presunzione di essere migliori degli altri, o più bravi. La Chiesa è fatta di peccatori e va bene così.

Leggete la novella di Boccaccio, la seconda novella del Primo giorno del Decamerone, è bellissima.

C’è uno che vuole convertire il suo amico ebreo e gli spiega perché il cristianesimo è giusto e la sua religione sbagliata. Insiste, insiste e allora un giorno l’amico ebreo dice: “Senti, facciamo così. Se sei così convinto vado a Roma, vedo come sono i tuoi capi, e se vedo che sono meglio dei miei mi faccio cristiano!”. L’altro si mette le mani nei capelli, spaventato. Invece l’ebreo va a Roma, torna e dopo qualche giorno l’amico cristiano osa chiedergli come sia andata. La risposta dell’ebreo è stupenda. Dice:

 

Parmene male, che Iddio dea a quanti sono; e di coti così che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d’altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve; ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori (se piggiori essere possono in alcuno) mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore, e per consequente tutti gli altri, si procaccino di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella.

E per ciò che io veggio non quello avvenire che essi procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par di scerner io Spirito Santo esser d’essa, sì come di vera e di santa più che alcun’altra, fondamento e sostegno. Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a’ tuoi conforti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa lascerei di cristian farmi. Andiamo adunque alla chiesa: e quivi, secondo il debito costume della vostra santa fede, mi fa battezzare.

 

Certo è un paradosso ma bellissimo! “Fa così schifo la Chiesa”, lui dice, “che per durare nel tempo, resistere e convincere altri deve essere per forza guidata dallo Spirito Santo e quindi mi converto e voglio il battesimo della Chiesa Cattolica!” E si dice alla fine che muore in odore di santità. Conclusione altrettanto bella perché non è che con questa scusa si possono fare tutti i peccati che volete, dice: “E a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che ad Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo che esso l’addomandava, prestamente il fecero: e Giannotto il levò del sacro fonte e nominollo Giovanni; e appresso a gran valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella nostra fede la quale egli prestamente apprese, e fu, poi buono e valente uomo e di santa vita“.

Cioè, non è che ha detto che siccome i peccati dimostrano l’esistenza dello Spirito Santo allora ci diamo dentro. Si è tenuti a fare una santa vita, ma non scandalizza la povertà della Chiesa, anzi, paradossalmente, ne documenta la santità.

 

E, per chiudere, vi leggo due righe di Ratzinger che pronunciò in un discorso alla radio nel 1969.

 

Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. 

 

Dagli inizi vuol dire da te che dentro il mondo e la vita rintracci Cristo e quando lo vedi lo racconti, fine. Viviamo in tempi apostolici.

 

Poichè il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali… Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine.

Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.

Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso… Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza.

Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto… A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte.

 

Mi sembra che sia il nostro compito, il contenuto della nostra preghiera.

Grazie.

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