“Sulle spalle dei giganti” – Ottavo incontro

“Sulle spalle dei giganti” – Ottavo incontro

L’io spezzato e la domanda di assoluto:

Luigi Pirandello

16 febbraio 2018

Franco: Buona sera a tutti. Le nostre serate diventano sempre più impegnative, spero siate pronti. Leggerò molto, e vi sono molto grato per questo perché mi costringete a prendere in mano testi che ho frequentato per tanti anni mentre insegnavo, ma era da tempo che non li toccavo più. Lo spirito, ha detto don Fabio, parla attraverso i grandi geni e i grandi profeti. La parola poeta è compresa nella parola profeta, vi ho fatto notare tante volte, e mi ha sempre stupito vedere che è proprio vero, lo Spirito Santo fa davvero quello che vuole.

Riparto dal punto esatto in cui ci siamo lasciati la volta scorsa: abbiamo visto nel Positivismo della seconda metà dell’800, nel tentativo del Verismo, di Verga in particolare, la pretesa moderna di conoscere la verità. Perché tutto il problema è questo: se si possa crescere nella certezza del senso buono delle cose. Cosa vuol dire maturare nella vita una certezza in ordine al bene, al destino nostro e di tutta l’umanità. Abbiamo visto la parabola della modernità arrivare fino a questo momento che ho descritto in modo un po’ rozzo, ma molto interessante: la pretesa dell’uomo moderno di poter conoscere la verità nella sua oggettività.

C’è un ultimo punto che la volta scorsa ho omesso, lo riprendo adesso: l’aspetto finale della parabola del Verismo, il suo fallimento. Nel senso che parte della critica ha fatto notare che l’ultima raccolta di novelle di verga, che si chiama “Don Candeloro e C.i” è molto interessante perché è proprio una sconfessione di quella pretesa, tant’è che i protagonisti di quest’ultima raccolta sono una famiglia di teatranti che gira con il suo carrozzone a rappresentare delle storie, facendo teatro girovago. Questo è interessante perché stabilisce un nesso immediato con Pirandello. Il sugo già di questa raccolta di Verga è: la vita in fondo è una finzione, della realtà, della vita, della verità non possiamo conoscere nulla, siamo tutti in qualche modo maschere o burattini, questo è il cinismo con cui Verga conclude la sua riflessione. Siamo tutti maschere, è tutta una grottesca finzione la vita, una finzione che ci vede ultimamente schiavi, servi inconsapevoli del potere. E che profezia è anche questa se pensate al modo in cui gli strumenti del potere, oggi, sono in grado di entrare nelle coscienze! Oggi è veramente possibile una violenza non armata, ma mai così pervasiva della vita del singolo, di tutti.

Una grottesca finzione la vita, schiavi del potere, dove addirittura la religione svela tutta la sua falsità. La metà delle novelle di “Don Candeloro e C.i” racconta di figure di sacerdoti, più frequentemente di conventi di suore, dove è evidente che quella stessa dinamica che si vorrebbe vinta dalla religione è invece il carattere distintivo anche dei rapporti dentro una comunità monastica. Quindi, se non ve l’ho dimostrato abbastanza la volta scorsa, quell’aspetto di impossibilità del verismo, andatevi a leggere quest’ultima raccolta di novelle e vedrete.

 

Siamo ora nella prima metà del ‘900 con Pirandello. Questo tema della maschera, della finzione ricorre spessissimo, è proprio la parola chiave. Ma in una riflessione così acuta e così realista che fa venire veramente i brividi, perciò il pessimismo forse non è la caratteristica del nostro Leopardi, ma di tutto quello che è venuto dopo, lo dico sempre. Perché sfocia in una lucida descrizione della vita alla fine come follia, come pazzia, che in casa Pirandello è una presenza determinante. La moglie impazzisce ed è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Pirandello ha a che fare con la pazzia direttamente e tragicamente e diventa la cifra della sua riflessione. Per aiutarci in una produzione sterminata come la sua, evidentemente noi stasera possiamo prendere solo due o tre parole e provare a metterle a fuoco, portare a casa le due o tre parole che mi sembrano contenere e descrivere in qualche modo i passaggi fondamentali del suo percorso, della sua riflessione. Si potrebbe, per fare le connessioni con quello che abbiamo detto negli incontri precedenti, rileggere velocemente “L’orgoglio punito” di Baudelaire, dove lui tratteggia la tragedia che verrà, descrivendo la parabola di un uomo che, illusosi di poter fare a meno di Dio finisce senza volerlo all’inferno.

 

Ai tempi meravigliosi che la Teologia

fioriva con più linfa e con più energia,

si narra che un giorno uno fra i dottori più valenti –

dopo aver forzato tanti cuori indifferenti;

averli smossi nel fondo dei loro neri meandri,

dopo aver superato verso le glorie sante

strani sentieri da lui stesso ignorati,

dove solo i puri Spiriti erano forse passati

come chi sia salito troppo in alto, dal panico

afferrato gridò, in preda a un orgoglio satanico:

«Gesù, piccolo Gesù, t’ho spinto in alto davvero!

Ma se avessi voluto attaccarti nel punto più debole,

la tua vergogna sarebbe pari alla tua gloria

e non saresti più che un feto derisorio!

 

La presunzione moderna, appunto, ubriaca della sua stessa saggezza, ubriaca del suo potere, l’abbiamo descritto la volta scorsa, subisce la stessa tentazione che fu di Lucifero, che fu dei primi, sostituirsi a Dio. Ma questo è il risultato: “immediatamente se ne andò la sua ragione”.

 

Immediatamente se ne andò la sua ragione.

Un velo nero offuscò lo splendore di quel sole;

tutto il caos si rovesciò in quella intelligenza,

tempio vivo, ripieno d’ordine e d’opulenza,

la cui volta aveva visto brillare tanto sfarzo.

 S’installarono in lui la notte ed il silenzio,

come in una cantina di cui s’è persa la chiave.

Da quel giorno fu simile alle bestie randagie,

e quando se ne andava senza nulla vedere,

nei campi, senza distinguere le estati dagl’inverni,

sporco, inutile e laido come cosa da buttar via,

dei fanciulli faceva il trastullo e l’allegria.

 

Questa profezia di Baudelaire che ho voluto mettere all’inizio di questo nostro percorso sulla modernità, sintetizza in qualche modo quel che Pirandello ci descriverà stasera. Se non c’è un punto di verità, “se Dio non esiste tutto è possibile” diceva Dostoevskji. Se non c’è una verità oggettiva fuori di me, cioè se Dio non esiste, vale tutto e il contrario di tutto. Non c’è più né bene né male, né sopra né sotto, né destra né sinistra, né menzogna né verità, non c’è più niente. Allora per entrare proprio a gamba tesa nel modo in cui Pirandello ci getta in faccia questo dramma della Verità, di sapere semplicemente se le cose stanno insieme, se hanno un senso, vi leggo alcune tra le pagine che amo di più, in particolare l’inizio di un romanzo poco letto “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, l’inizio. Tenete presente che l’onomastica in Pirandello è sempre importantissima. “Serafino Gubbio” è il rovesciamento di San Francesco: “serafico in ardore” nella Divina Commedia, “Gubbio” è evidente. Che fa anche rima con “dubbio”. È proprio il rovesciamento di quella certezza  che faceva dire a San Francesco, 800 anni prima, che tutto si lega, tutto ha senso, perfino il filo d’erba, perché tutto è uno nel cuore e nella sapienza di Dio. Bisogna dire prima una cosa, che si dimentica sempre quando si parla di San Francesco come l’antesignano del wwf, come il patrono dei movimenti ecologici, che per innamorarsi dell’erba, del sole e della luna, bisogna prima dire “Altissimo, onnipotente bon Signore, tue son le laude, et la gloria, et l’onore et honne benedictione”. Allora un filo d’erba è salvo, altrimenti non sta insieme niente.

Serafino Gubbio sta davanti alla realtà in quel modo che aveva detto Verga. Cosa fa di mestiere? L’operatore. Siamo negli anni della nascita del cinema e lui è quello che gira la manovella, il titolo originale dell’opera era “Si gira!”, pubblicato a puntate. Poi è diventato, quando è stato pubblicato in volume, “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Sentite:

 

Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.

In prima, sì, mi sembra che molti l’abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po’ addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s’aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m’ingiurierebbero o m’aggredirebbero.

 

Perché questo sguardo è quello di chi, se non ha la verità, almeno la cerca. E quando ti guarda negli occhi uno che cerca la verità tu, se non cerchi la verità, sei a disagio, quello sguardo ti infastidisce. Quando si dice che un santo ti guarda negli occhi e ti costringe ad abbassare lo sguardo, perché non lo reggi, è perché la verità funziona così, la verità giudica. Se sei sotto lo sguardo della verità un po’ di movimento dentro ce l’hai. Quando la Girolama del Miguel Manara, che vi ho raccomandato tante volte di leggere, una ragazzina di sedici anni che dice al cavaliere che ne ha fatte di cotte e di crude “io non temo il vostro sguardo su di me” per tre volte, descrive questo.

 

No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete.

 

Ci dice Pirandello: “tranquilli, lo so che siete anche voi nel casino come me” perché c’è un oltre in tutto. Montale avrebbe detto: “Tutte le cose portano scritto ‘più in là'”. Dante avrebbe detto più radicalmente: “Tutto è segno di qualcosa d’altro. “C’è un oltre in tutto”, dice Pirandello:

 

Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest’oltre baleni negli occhi d’un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate.

Conosco anch’io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e quest’altro da fare; correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. – No, caro, grazie: non posso! – Ah sì, davvero? Beato te! Debbo scappare… – Alle undici, la colazione. – Il giornale, la borsa, l’ufficio, la scuola… – Bel tempo, peccato! Ma gli affari… – Chi passa? Ah, un carro funebre… Un saluto, di corsa, a chi se n’è andato. – La bottega, la fabbrica, il tribunale…

Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi.

– Svaghiamoci!

Sì. Più faticosi e complicati del lavoro troviamo gli svaghi che ci si offrono; sicché dal riposo non otteniamo altro che un accrescimento di stanchezza.

Guardo per via le donne, come vestono, come camminano, i cappelli che portano in capo; gli uomini, le arie che hanno o che si dànno, ne ascolto i discorsi, i propositi; e in certi momenti mi sembra così impossibile credere alla realtà di quanto vedo e sento, che non potendo d’altra parte credere che tutti facciano per ischerzo, mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si còmplica e s’accèlera, non abbia ridotto l’umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in fin de’ conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per fare una volta tanto punto e daccapo.

 

Quest’espressione vi prego di segnarla perché mi sembra una delle due o tre parole che in Pirandello sono decisive. Perché il problema che abbiamo nella vita è che c’è una scontentezza rispetto alla vita stessa che sembra crescere con il tempo e con gli anni. E così un vecchietto che, senza dirlo al bar, di notte va a bussare alla porta di Gesù a chiedergli: “si potrebbe fare punto e a capo? Si potrebbe ricominciare? Si può rinascere di nuovo?”. Alla risposta di Gesù “Sì” rimane un po’ tramortito e incredulo chiede: “Ma posso forse rientrare nel ventre di mia madre?” e Gesù gli dice: “No, ma quello che è impossibile agli uomini è possibile allo Spirito”.

Tutto il tema di Pirandello secondo me è questo: “Si può rinascere di nuovo? Si può provare a ricominciare?” Poi leggeremo qualche riga del grandissimo romanzo che è “Il fu Mattia Pascal” che è il racconto, con un’invenzione artistica geniale, di un uomo che ha la possibilità di ricominciare daccapo. Dopo ve lo racconto in breve.

 

Qua da noi non siamo ancora arrivati ad assistere allo spettacolo, che dicono frequente in America, di uomini che a mezzo d’una qualche faccenda, fra il tumulto della vita, traboccano giù, fulminati. Ma forse, Dio ajutando, ci arriveremo presto. So che tante cose si preparano. Ah, si lavora! E io – modestamente – sono uno degli impiegati a questi lavori per lo svago.

 

In questo senso vi dicevo che questi, che sono stati accusati da progressismo positivista di essere degli sfigati, dei malati, dei disadattati, sono invece i primi grandi profeti che sulla modernità hanno detto il vero. Per esempio sul fatto di identificare il progresso scientifico, tecnologico, con il progresso tout-court dell’uomo è assurdo. Chi l’ha detto che scoprire l’energia nucleare, che è evidentemente un progresso, abbia voluto dire un progresso dell’umanità in quanto tale? Andate a chiederlo a Nagasaki. Si capisce? Ma agli inizi del ‘900 riuscire a dire così non era scontato.

 

L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.

Viva la Macchina che meccanizza la vita!

Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare.

Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto?

È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni.[]

Non dico di no: l’apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della corsa dà un’ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenìo continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare.

Che cos’è? Niente, è passato! Era forse una cosa triste; ma niente, ora è passata.

C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. Che è? Il ronzìo dei pali telegrafici? lo striscìo continuo della carrùcola lungo il filo dei tram elettrici? il fremito incalzante di tante macchine, vicine, lontane? quello del motore dell’automobile? quello dell’apparecchio cinematografico?

Il bàttito del cuore non s’avverte, non s’avverte il pulsar delle arterie. Guaj, se s’avvertisse! Ma questo ronzìo, questo ticchettìo perpetuo, sì, e dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini; ma che c’è sotto un meccanismo, il quale pare lo insegua, stridendo precipitosamente.

Si spezzerà?

Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione a lungo insopportabile; farebbe impazzire.

 

Ascoltare il nostro cuore ci farebbe impazzire, dice lui. Se non esiste Dio è così, si può solo far di tutto per dimenticare di averne bisogno.

 

In nulla, più in nulla, in mezzo a questo tramenìo vertiginoso, che investe e travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido passaggio d’aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzìo per ciascuno di noi non cesserà.

 

Poi, nel dialogo con un amico, è messa a tema proprio la questione delle cose. Le cose esistono davvero o esistono solo perché ce le abbiamo in testa noi? E se esistono le conosciamo davvero? Sono letture pericolose, io a 17 anni ci sono impazzito su queste pagine e se a 17 anni prendi sul serio “Uno, nessuno, centomila” di Pirandello ti butti sotto un treno. Bisogna avere una certa delicatezza. Però tra noi che sappiamo che la risposta c’è si può dire! Non si possono dire cose così sconsideratamente a chi questa debolezza la vive. Ai giovani di oggi la dici ma spiegandogli che è tutto così vero che va letto, ma che c’è una speranza, se no è meglio non leggerle queste cose.

 

Scusa, e come so io del monte, dell’albero, del mare? Il monte è monte, perché io dico: Quello è un monte. Il che significa: io sono il monte. Che siamo noi? Siamo quello di cui a volta a volta ci accorgiamo. Io sono il monte, io l’albero, io il mare. Io sono anche la stella, che ignora se stessa!

Restai sbalordito. Ma per poco. Ho anch’io – inestirpabilmente radicata nel più profondo del mio essere – la stessa malattia dell’amico mio.

La quale, a mio credere, dimostra nel modo più chiaro, che tutto quello che avviene, forse avviene perché la terra non è fatta tanto per gli uomini, quanto per le bestie.

 

Segue questa breve paginetta, che ricorda tante delle nostre più belle opere di letteratura, finiscono tutte così! Com’è bello studiare queste cose per poter tornare sempre sulla tua vita e sul senso che le dai. Gira e rigira, a profondità diverse, da punti di vista diversi, in contesti diversi, la grande letteratura ha a tema il tuo cuore, sempre.

Allora uno quando sente dire che quello è un monte perché io lo chiamo monte, pensa subito all’inizio, al nominalismo, al dubbio che, nato in una corrente filosofica nel Medioevo, pone il dubbio che noi non possiamo conoscere davvero le cose. Andate a rivedervi la spiegazione che diedi l’anno scorso del “Nome della Rosa” di Umberto Eco, che ne costituisce la versione più moderna e intelligente.

Il nominalismo dice che in realtà noi non possiamo conoscere né noi stessi né gli altri né Dio. O meglio, siccome Dio non esiste, è un puro nome, in realtà di tutto sappiamo solo il nome. Continua Pirandello:

 

Perché le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sé un superfluo…

 

Altra parola importantissima in Pirandello. Per “superfluo” intende quell'”oltre” misterioso che caratterizza appunto la vita dell’uomo rispetto a quella degli animali. Termine che vorrebbe essere negativo ma che noi sentiamo religioso. Il superfluo è quel che non serve alla vita materiale ma che serve all’uomo per vivere. Dico sempre che mio padre non sapeva l’inglese, l’informatica, la chimica e la matematica, ma viveva bene, perché sapeva del bene e del male, del dolore e della gioia, della vita e della morte. Sono queste le cose senza le quali non si può vivere. Lui qui chiama superfluo questa tensione alla verità, al bene e alla bellezza che gli animali non hanno.

 

…un superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti del loro destino. Superfluo inesplicabile, chi per darsi uno sfogo crea nella natura un mondo fittizio, che ha senso e valore soltanto per essi, ma di cui pur essi medesimi non sanno e non possono mai contentarsi, cosicché senza posa smaniosamente lo mutano e rimutano…

 

La parola “posa”, a me che un po’ ho il gusto della parola, non può che ricordarmi “girando senza posa per tornar sempre la donde son mosse, uso alcuno, alcun frutto indovinar non so”, il “Canto Notturno” di Leopardi.

 

… mutano e rimutano, come quello che, essendo da loro stessi costruito per il bisogno di spiegare e sfogare un’attività di cui non si vede né il fine né la ragione, accresce e còmplica sempre più il loro tormento, allontanandoli da quelle semplici condizioni poste da natura alla vita su la terra, alle quali soltanto i bruti sanno restar fedeli e obbedienti.

 

Siamo di fronte veramente a due mondi. Oggi il cristiano deve scegliere non tra i riti, andare o non andare in chiesa, ma come usare la testa. Sono due modi. Uno che dice: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza”, “è la cosa più grande che avete, avventuratevi fiduciosi verso la verità perché c’è. E anche conoscere tutto il male e la debolezza di cui siete fatti è il primo passo verso una verità sicura e certa”. Così che anche l’Inferno può chiudersi con la parola “stelle”. C’è un modo invece diverso, pieno di desiderio grande e magnanimo, per esempio in Leopardi. Il quale quando dice “guarda le bestie, certo, a volte mi viene da dire che sono beate per non avere questo tormento addosso!”

 

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.

 

“Provo anche io a fare la bestia, ma non c’è verso!” Quel desiderio ineffabile di grandezza mi tormenta e non mi lascia mai ed è proprio la cifra che mi distingue dalle bestie. Prosegue Pirandello:

 

Sono anch’io convinto ch’egli valga molto più d’un bruto, ma non per queste ragioni. Che giova all’uomo non contentarsi di ripeter sempre le stesse operazioni? Già, quelle che sono fondamentali e indispensabili alla vita, deve pur compierle e ripeterle anch’egli quotidianamente, come i bruti, se non vuol morire. Tutte le altre, mutate e rimutate di continuo smaniosamente, è assai difficile non gli si scoprano, presto o tardi, illusioni o vanità…

 

Leopardi resta sulla soglia di quella grande domanda di cosa sarà questa cosa che gli fa intuire un infinito per cui è fatto, per cui non riuscirebbe ad accontentarsi anche se possedesse il mondo intero, evangelicamente parlando. Pensate anche solo al “Pensiero LXVIII” dove il desiderio può essere riempito solo dall’infinito e dall’eterno.

Pirandello invece, insieme alla modernità, fa un passo in più. Non riescono a stare di fronte a questa esigenza e semplicemente a riconoscerla come una grandezza, la grandezza dell’uomo. Finiscono la parabola, la chiudono dicendo che allora è tutta una presa in giro. Ci attaccano la risposta che l’uomo può dare quando, eliminato Dio, gli resta in mano l’esigenza del bene che non è però più reperibile, non è più possibile.

 

…il bruto non ha in sé alcun superfluo. L’uomo che l’ha, appunto perché l’ha, si pone il tormento di certi problemi, destinati su la terra a rimanere insolubili.

 

Ma chi te l’ha detto? Perché devi chiudere? Leopardi fu più onesto. Diceva Kafka: “Non credo che la salvezza verrà ma voglio esserne degno in ogni momento”. Questa è anche la grandezza di Leopardi.

 

Ed ecco in che consiste la sua superiorità! Forse quel tormento è segno e prova (speriamo, non anche caparra!) di un’altra vita oltre la terrena; ma, stando così le cose su la terra, mi par proprio d’aver ragione quando dico ch’essa è fatta più pe’ bruti che per gli uomini.

Non vorrei esser frainteso. Intendo dire, che su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé (e per cui è uomo e non bruto), lo dimostra il fatto, ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla ad appagarsi quaggiù, tanto che cerca e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento.

 

Ma lo dice non come attesa di una possibile verità, ma come rifugio fantastico di un uomo che quella verità sa che non c’è, è tutto diverso.

L’altra opera decisiva, per quel che conosco io, è “Il fu Mattia Pascal”, di cui vi leggo qualche pezzo. Per la ragione che ho detto prima. Questo romanzo è il disperato tentativo, e la descrizione comunque meravigliosa, di uno che dice che la vita fa schifo e che ha il sogno di rifare tutto. Il sogno che abbiamo tutti peraltro, perché tutti in qualche modo accusiamo le circostanze di esserci contro. E perciò se capita il dolore, se c’è da far fatica, se sperimentiamo il limite o la debolezza, ci sembra un’obiezione a Dio, quando invece è esattamente il contrario. Perché l’esperienza della debolezza, la tristezza e la fatica, il dolore e perfino la morte non sono altro che il modo con cui Dio ci chiama a sé. Non c’è circostanza che non sia fattore della tua vocazione. E pensare che cambiare le circostanze facilita la vita è un’ingenuità terribile. L’ho sempre detto ai ragazzi, che essendo in qualche modo in un’età in cui certe decisioni potrebbero cambiare le circostanze, aspettano solo di andar via di casa. Devono decidere dove andare a lavorare, dove vivere, che donna sposare, dove far famiglia. Hanno l’illusione effettivamente di poter determinare loro stessi circostanze più favorevoli alla vita. Non sanno cosa li aspetta. E allora devi dirgli: “Guarda che se non ami questa circostanza in cui sei, tu la noia mortale che ti affligge, te la porterai dietro in tutte le circostanze. Non è che perché vai in India a fare arti marziali liberandoti di tutte le circostanze, buttando a mare tutto pensando di rifarti una vita hai risolto il problema. È il “surfismo della vita”, come mi piace chiamarlo, come Ulisse, che fa il surfista della vita. Dante invece prende il punto dove di trova e scende. Va nel profondo di quel che gli è dato da vivere. Per questo Ulisse fallisce. Arrivano allo stesso punto ma Ulisse affonda e Dante invece ce la fa. Perché uno sta nel punto della circostanza in cui Dio l’ha messo e lì cerca l’eterno, l’altro pensa che la circostanza sia sbagliata, gli sia contro, e va a cercare quella giusta.

E allora ai ragazzi bisogna dire: “Guarda che se non ami questa circostanza che Dio ti ha dato non amerai mai niente perché dopo sei mesi che hai sposato la tua donna ti verrà il dubbio che sia quella giusta, e ti verrà l’illusione che cambiarla e cambiarne tante possa risolvere il problema dell’amore vero.”

Tutto il romanzo “Il fu Mattia Pascal” è costruito su questa idea. Pensate che trovata, per chi non sa la trama faccio una breve sintesi. C’è un uomo che proprio non ne può più, è ucciso dalla noia. Fa il bibliotecario in un posto impossibile dove non gli interessa leggere nemmeno un libro. Un mestiere inutile, fermo, polveroso, immobile. Mi ricorda la frase che mi disse quella volta un ragazzo in Ucraina: “Va tutto bene. La tragedia è che non succede niente”. Perché è di questo che l’uomo ha bisogno per vivere: una novità. Che la vita rinasca sempre.

Insomma, questo signore fa una vita d’inferno, ha una moglie insopportabile, da cui gli nascono due bambine che descrive in modo terrificante, come due gattini che si graffiano e si ammazzano continuamente. Una vita dove davvero le circostanze sono odiabili. Gli succede che durante un viaggio ad un certo punto va a giocare al Casinò, vince un sacco di soldi e vuol tornare a casa per vendicarsi delle circostanze. Ma sul treno, apre il giornale, e legge che è morto. Per un equivoco hanno trovato in un canale un cadavere in avanzato stato di decomposizione e hanno pensato che fosse lui. Quindi viene dichiarato morto, sepolto secondo tutte le regole. E di colpo capisce che ha la possibilità di rinascere: una nuova identità, una nuova vita, la moglie lo pensa morto. Inizia a ricostruirsi una vita, assumendo il nome di Adriano, cioè si ricomincia con la A. E incontra addirittura, quando arriva a Roma, quella che sembra essere l’anima gemella, tale Adriana appunto, l’altra metà di cui sempre ha avuto bisogno per essere felice.

“Mattia ritorna al lavoro in biblioteca, in una oppressione intollerabile, una immobilità e perciò rabbia e schifo di vivere”. Questa noia gli ritorna continuamente, per vincerla fa un viaggio a Nizza, ma legge della possibilità di vincere alla roulette e vince effettivamente una somma enorme. E sul treno, come vi dicevo legge la notizia della sua morte.

 

Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!

Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d’essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal.

Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino…

 

Lo sentite? Nuovo, qualcosa di nuovo, finalmente si può ricominciare! Si può fare punto e a capo. E cosa fa prima di tutto? Va dal barbiere e si cambia i connotati. Perché uno quando rifiuta le circostanze in realtà rifiuta se stesso e quel mascheramento continuo che è il tatuaggio per esempio, per il quale tutti mi rimproverano di non capire che è un nuovo linguaggio, che esprime un’identità, è falso. Tant’è vero che, dice il testo “era già brutto prima, uscì dal negozio che era un mostro”.

Ci sono pagine di riflessione su questa questione della sua immagine. Si guarda intorno, osserva il mondo, con l’aria comunque di esserne ormai padrone, e la domanda però che gli viene, a proposito appunto del progresso, è: “Perché tutto questo stordimento di macchine? Che farà l’uomo quando le macchine faranno tutto? Si accorgerà allora che il cosiddetto progresso non ha niente a che fare con la felicità?” E come è vero! Come è vero oggi, pensando che sono cose dette 120 anni fa. Perché, da un certo punto di vista, il progresso che vedevano loro un pochino con la felicità ci aveva a che fare, perché se invece che vivere con le candele potevi con un bottone fare arrivare la luce era uno star bene davvero. E se c’era da mangiare per tutti invece che fare la fame, era meglio.

Questi poeti hanno intravisto profeticamente quella tristezza infinita del progresso di oggi. Ma quel che vedevano giustificava invece l’idea che il progresso tecnologico rendesse un po’ più felici gli uomini. Potevano aver vissuto questa illusione, come hanno fatto a vedere che non era vero? Vedevano la medicina curare malattie che una volta erano pestilenziali, e si viveva meglio. Loro vedevano un progresso che davvero avvicinava un po’ l’uomo alla felicità, ma i profeti sono andati più in là e hanno visto che invece non era così, che la fonte vera della felicità è un’altra. Ha un’altra sorgente la felicità degli uomini.

Il nostro Mattia arriva addirittura in Piazza san Pietro, decide di andare a vivere a Roma e fa impressione perché c’è una pagina dove lui, di fronte alla maestosità della Basilica è come se si avvicinasse un pochino all’idea giusta, che forse c’è qualcosa che ci abbraccia davvero.

 

Ricordo, una notte, in piazza San Pietro, l’impressione di sogno, d’un sogno quasi lontano, ch’io m’ebbi da quel mondo secolare, racchiuso lì, tra le braccia del portico maestoso, nel silenzio che pareva accresciuto dal continuo fragore delle due fontane. M’accostai a una d’esse, e allora quell’acqua soltanto mi sembrò viva, lì, e tutto il resto quasi spettrale e profondamente malinconico nella silenziosa, immota solennità.

 

Quante volte andiamo in chiesa per abitudine o registrando il fascino di una solennità che ormai è solo formale. C’è, ed è un’adesione anche affettivamente significativa ma a che cosa? Alla solennità di un passato, che perciò genera malinconia, e perciò tristezza, non la grandezza di una presenza viva. La Chiesa ridotta, nostalgicamente, a ciò che di grande  fu, a ciò che di grande rappresentò. Per cui si va a San Pietro, si fanno gli anni santi, i pellegrinaggi, ma come per sostenere una nostalgia che è debole, perché poggia sul passato e ha bisogno di rinverdirlo costantemente. Quant’è diverso invece accostarsi alla Chiesa come luogo di una presenza viva e vera.

Mattia incontra questa Adriana, A.A. l’altra metà, che è una ragazza religiosissima invece, che di nascosto gli riempie l’acquasantiera sul comodino che lui prende per un posacenere e ci spegne i mozziconi.

 

Mi voleva dunque santo quella minuscola mammina, se al fonte di San Rocco aveva attinto l’acqua benedetta anche per la mia acquasantiera?

 

Non sarà un caso vero? Vi ricorda qualcosa San Rocco? La chiesa dove si è convertito Manzoni il quale racconta della propria conversione quando, probabilmente, colpito da un attacco di agorafobia, si rifugia nella chiesa di San Rocco per respirare.

La ragazza, Adriana, cerca di convertirlo andando ad attingere alla chiesa di San Rocco, quindi l’autore crea un parallelo con una possibile conversione, che però non avverrà. E non avverrà perché se Dio non c’è, l’amore è impossibile. Quel che fu possibile per quel matrimonio che era partito male “questo matrimonio non s’ha da fare, né oggi né mai”, ma che si conclude bene perché c’è di mezzo una Beatrice, una Lucia, non lo è qui. Non può finire bene, perché è negata la condizione previa del cristianesimo. È tutto falso, e quindi la prima cosa che si rivela falsa è l’amore tra l’uomo e la donna. Non fosse altro perché lui deve andare con dei documenti, lui documenti non ne ha, la finzione viene a galla, e il sogno di fare punto e a capo muore in una parabola terribile che finisce con “Il fu Mattia Pascal”. Anche il nome, l’avrete capito, Pascal è il nome del grande filosofo cristiano che aveva scommesso sull’esistenza di Dio, Mattia che richiama le parole “matto” e “pazzia”: come a dire che scommettere su Dio è un fallimento, conduce solo alla follia, Dio non esiste.

“Il fu Mattia Pascal”: non sono più neanche presente a me stesso. Resta di me soltanto la forma che fu, la sostanza è persa. Era persa prima, è persa oggi, sarà persa domani. Non esiste possibilità di dare sostanza all’essere, alla propria persona. E mi viene in mente: se il problema della vita è una novità, è che rinasca, cosa vuol dire essere cristiani e prendere sul serio la frase “ecco, io faccio nuove tutte le cose”? Pensate cosa vuol dire un poema come la Divina Commedia in cui il Purgatorio, che in qualche modo è la vita su questa terra, perché è un cammino vero, dove c’è il giorno e la notte, la montagna, non si è nella fissità dell’Inferno o del Paradiso, di cui gli ultimi quattro versi sono “io ritornai dalla santissima onda / rifatto sì come piante novelle / rinnovellate da novella fronda”. In tre versi la parola “nuovo”, “puro e disposto a salire alle stelle”. Capite che è veramente cambiato il mondo? E se una risposta la modernità, così tragicamente e lucidamente consapevole del dramma che vive, se una risposta la avrà sarà solo da cristiani, che la intercettano. Ma la intercettano perché la vivono, non è veramente più tempo di arroccarsi in difesa della Chiesa, dei nostri valori, delle nostre cose. Quel mondo lì non c’è più. Adesso c’è il cuore dell’uomo ferito che sanguina nelle sue punte più acute, più profetiche, anche lontanissime dalla Chiesa, nemiche della Chiesa, cosa c’entra? Anche Gesù non aveva mica tanti amici. Ci vogliono cristiani che sentano quel grido, ma lo sentono se lo vivono. O cominciamo noi ad essere come Dante, a sentire nostro questo cammino, o non ce la faremo.

Grazie, alla prossima.

 

 

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