“Sulle spalle dei giganti” – Secondo incontro

L’uomo e il suo trionfo: Petrarca, Ariosto, Machiavelli

24 novembre 2016

Sono molto contento del fatto che avete a disposizione il libro di cui stiamo parlando, La coscienza religiosa nell’uomo moderno. Perché quello che stiamo facendo è un percorso che ha la presunzione di tentare un’ipotesi di lettura, quella chiave cui accennava prima don Fabio, una chiave, un’ipotesi di lettura della storia religiosa dell’occidente attraverso la storia della letteratura italiana ed è un’ipotesi da affrontare, tutta da verificare insieme, non voglio assolutamente aver la pretesa di dare risposte o soluzioni. È l’ipotesi con cui io personalmente per le ragioni che ho detto la volta scorsa mi sono accostato allo studio della letteratura e al problema di doverla insegnare. Allora siccome stasera è una serata nutrita, nel senso che vorrei proprio provare a dire alcune cose fondamentali del passaggio dal Medioevo all’umanesimo, al Rinascimento e riuscire anche a leggere qualche testo, vi chiedo già scusa per una ovvia necessaria semplificazione. Se c’è qualche insegnante di italiano gli pago io il caffè, vada a bersi qualcosa perché mi vergogno. Nel senso che sarò costretto a essere rozzo, ma d’altra parte mi sembra che lo scopo sia raggiunto soltanto a questa condizione, facendo questo sacrificio. Una eccessiva semplicità.

Ma il tentativo è quello che possa essere anche per chi non fosse acculturato in nessun modo, è il mio pallino questo: che non è vera una cosa che non puoi dire a uno che non ha studiato, meglio star zitti. Ma è una teoria tutta da discutere. Però mi sento che è così e quindi andrò per semplificazioni anche eccessive, che feriranno qualche orecchia sensibile. Proviamo ad andare a vedere se sia rintracciabile nei testi, nei testi fondamentali leggendone ovviamente soltanto qualche passaggio. Andare a rintracciare nei testi la verità dell’ipotesi che don Giussani in quel testo fa. Quindi avete un compito da stasera, se volete tornare la prossima volta dovete prendere il libro, studiare e pian pianino facciamo il percorso insieme. Vi ripeto, non ho certezze o verità. Ho insegnato per quarant’anni col gusto e ce l’ho ancora stasera, di andare a vedere, di andare a scoprire qualcosa, che dev’essere sempre nuovo se no non è vero. E lo dico pensando anche alla morte di Vittorio Sermonti oggi. Mi hanno telefonato dei giornali, delle radio perché rilasciassi una dichiarazione. Io ahimè ho perso le due occasioni in cui avrei potuto conoscerlo personalmente, non ci siamo mai incontrati. Mi han chiesto cosa pensassi: è stato certamente uno degli uomini più colti del secolo scorso, ha fatto, ha scritto di tutto e di più. Si è occupato di tantissime cose: dall’esperienza teatrale, alla linguistica, alla musica. La cosa forse per cui è più noto sono gli studi danteschi e quella passione che ha sempre avuto a rendere di nuovo Dante di pubblico dominio. Rioffrirlo in letture che divennero epocali, famose, nella basilica di San Francesco a Ravenna. Letture pubbliche dell’intera Divina Commedia. Un divulgatore appassionato di Dante con una cultura mostruosa di fronte a cui, ed è l’unica cosa che ho detto ai giornalisti oggi, di fronte a cui semplicemente mi vergogno. E nello stesso tempo mi capita di essere qui, di essere qui a dirvi delle cose non so bene neanche perché. E mi capita che forse, spero, non sono qui per la cultura che non ho, non per le cose che dico che mi sembra di ripetere balbettando, imparate da altri, ma per la passione con cui le vivo e cerco di capirle, forse per questo mi ritrovo a fare questo lavoro qui, con voi, e a riproporlo o proporlo in qualche modo in giro per il mondo.

Cosicché può capitare, e mi impressiona veramente, di incontrare personaggi che ormai conoscete benissimo: lo scultore Adelfo, piuttosto che il pittore Gabriele Dell’Otto, piuttosto che, proprio l’altro ieri, un compositore, si chiama Arvo Pärt. Forse non tutti lo conoscete, ma è il compositore più importante al mondo in questo momento. Andate su internet a cercarlo. Ero a Tallin, in Estonia e ho conosciuto questa persona a cui, nella mia ignoranza, ho detto: “Guardi Signor Pärt, quando mi hanno detto “andiamo a conoscere Arvo Pärt” io ho detto “chi è?” perché non la conoscevo assolutamente”. Si è messo a ridere che non avete idea, ha 82 anni, peccato che poi ho scoperto veramente essere uno se non il più grande compositore al mondo. Convertito in età adulta insieme alla moglie, ha inventato un metodo di scrittura musicale, cose che io non capisco. Comunque Benedetto XVI lo ha convocato a far parte dell’Accademia scientifico-artistica della Santa Sede. Ortodosso, una persona incredibile. E l’ho conosciuto così: mi avevano chiamato a leggere Dante in uno di quegli strani bar che esistono in quelle città. Son posti dove uno entra, mangia, beve, può star lì tutto il giorno perché è anche biblioteca, prende un libro, lo legge, lo lascia. Fa da biblioteca, da centro culturale, da bar, da ristorante, tutto insieme. Locali molto piccoli, molto familiari, di cui queste città di questi paesi sono piene. Beh, mi han chiamato in questo posto a parlar di Dante, ci saranno state una ventina di persone, uno era lui. L’avevo individuato perché mi aveva colpito l’intensità con cui ascoltava, tra l’altro con la traduzione quindi immaginate voi che Dante è venuto fuori… Ma insomma, appena ho finito è venuto a salutami, uno uomo solido, mi ha abbracciato, è scoppiato a piangere, ma di un pianto così dirotto, così sincero, così cordiale, che mi sono messo a piangere anche io naturalmente perché ormai l’età è quella che è e non ho più freni inibitori. Continuava a dirmi: “You are my brother, you are my brother” e mi ha invitato a casa sua il giorno dopo e siamo stati insieme un pomeriggio in questa casa tutta di legno in mezzo al bosco, una situazione da fiaba, da sogno, con quest’uomo che continuava a dire “Tu sei mio fratello”. E io mi scusavo per non capire niente di musica, che per dieci ore in macchina non mi sogno di accendere la radio. E lui a un certo punto mi ha fermato e mi ha detto: “Smettila, tutto quello che mi hai detto ieri era pura musica”. Mi ha detto così, non so cosa voglia dire ma volevo raccontarvelo perché sono gratissimo al Padreterno che nell’incredibile mia storia di ignoranza che ho raccontato la volta scorsa, mi fa accadere questi incontri meravigliosi.

Per cui la letteratura, e lo diceva proprio Sermonti, è musica, la poesia è musica, ma perché la vita è musica, se la si sa ascoltare.

Detto ciò, la volta scorsa abbiamo detto certe cose, anche se i moltissimi che non c’erano mi mettono in difficoltà. Faccio una sintesi velocissima. La volta scorsa ho letto la prima parte del libretto. Don Giussani riprende un brano delle poesie dei Cori della Rocca del poeta Eliot, che all’inizio del secolo scorso ha scritto quest’opera dove a un certo punto racconta la storia dell’umanità in modo sinteticissimo e dice “prima era buio e deserto e vuoto, poi è arrivato l’uomo che ha cominciato necessariamente a indagare la possibilità di un nesso, cioè un legame tra il proprio particolare e l’assoluto, cioè ha avvertito subito il problema religioso, il problema del destino, il problema del nesso con l’eterno e con l’infinito”, per usare due parole che riutilizzeremo bene con Leopardi. Nasce il problema religioso e, a un certo punto, dice Eliot, “è accaduta una novità nella storia dei tentativi dell’uomo, di risolvere il problema religioso, di stabilire questo ponte tra sé e l’assoluto, accade una cosa nuova, un capovolgimento di metodo. Accortosi, il buon Dio, che l’uomo nel tentativo di raggiungerlo non arrivava da nessuna parte, ha deciso lui di raggiungere l’uomo. Ed è avvenuto che in un certo tempo, in un certo luogo, l’eterno e l’infinito irrompessero nella storia e dessero perciò origine a una nuova storia. Da quel giorno, da quell’ora, l’umanità ha ricominciato a contare gli anni, a stabilire il tempo”. Bene, dice il poeta che sembrava che da quel momento gli uomini, pur rimanendo carnali come sempre, peccatori come sempre, tutte le possibili limitazioni, ma da quell’ora e da quel giorno avrebbero camminato sempre dalla luce alla luce. Avrebbero camminato seguendo quell’uomo, seguendo quella Verità che si era introdotta nella storia. Invece, dice il poeta, qualcosa è accaduto. Quegli stessi uomini, non si sa come, non si sa quando, non si sa perché hanno cominciato a seguire Altro: gli Dei, gli idoli. Cosicché usura, lussuria e potere hanno preso il posto del Dio vero. Come e quando questo sia accaduto non si sa.

Ho fatto una sintesi velocissima. Don Giussani parte da qui e dice “Non si sa…Proviamo ad andare a vedere. Perché ci deve essere stato un momento in cui invece questo è avvenuto”. La volta scorsa, lo riprendo sinteticamente, ho buttato lì questa ipotesi, questa prima grande affermazione. Faccio i disegnini che facevo a scuola agli aspiranti ragionieri bergamaschi. Nessuno si offenda ma il livello è proprio bassino, ma questo lo fa essere molto popolare. Se questa è la linea del tempo fino a un certo punto, mettiamo Dante, la cultura (e viene da fare un gioco di parole sulla cultura e sulla coltura) l’espressione culturale di Dante, è altissima, elaboratissima, ma la coscienza che vive del destino e del significato delle cose, è la stessa di un contadino, è la stessa di mio nonno. Il livello intellettuale esprime più compiutamente o se preferite, esprime artisticamente la coscienza che tutto il popolo ha di sé, dal contadino, all’intellettuale, al re, compreso il re, i santi re medioevali. A un certo punto accade qualcosa per cui il ceto intellettuale pian piano è come se prendesse un’altra strada rispetto a quella che è la coscienza che rimane cristiana del popolo. Mio nonno ha vissuto, grossomodo, quella sensibilità, quella cultura, quella religiosità che non sto a descrivere. Immaginate una generazione di cristiani che tutti avete almeno intravisto. Mio nonno ha vissuto la cultura, pur facendo il contadino ed essendo analfabeta, che aveva vissuto Dante, suo padre e suo nonno. Nel frattempo però, da secoli, si era elaborata una cultura diversa. Di questo stiamo parlando. Vogliamo andare a capire che cosa è successo lungo la linea del tempo, tanto da riuscire a capire un po’ meglio il dramma che è accaduto a un certo punto quando questa cultura che fu la cultura della classe intellettuale, grossomodo, questa cultura improvvisamente, bruscamente, violentemente ha fatto irruzione nella vita quotidiana della gente. È qui che avevo accennato a Scritti corsari di Pasolini, ho preso da lì e da Giussani naturalmente, l’idea che nel ’68 sia accaduta questa rivoluzione che attraverso soprattutto due mezzi, la televisione e la scuola di stato, quella cultura ha fatto irruzione nella vita quotidiana della gente, è diventata una vera e propria rivoluzione culturale. Cosicché quel povero padre che venne da me, lo raccontavo la volta scorsa per far capire, dicendomi “professore, dia lei la fede a mia figlia”, era il primo anno che insegnavo religione, “perché io ce l’ho nel sangue” e piangeva “ma non la so dare a nessuno”. Lì capii tante cose perché capii che quel padre pensava che lo dividesse dalla figlia una generazione, i soliti 25 anni, e invece tra lui e sua figlia si erano infilati 500 anni di un percorso culturale che aveva preso non solo le distanze dal cristianesimo, ma che a un certo punto gli fu dichiaratamente nemico. Perché, lo vedremo le prossime sere, la Rivoluzione Francese è il momento in cui quel potere dice “adesso basta, adesso noi che abbiamo rinnegato Dio, noi che siamo l’uomo nuovo che può fare da sé adesso possiamo anche tentare di rifare il mondo, di rifare da capo la realtà e le cose”. Questo è stato il contenuto della volta scorsa.

Stasera proviamo a fare una velocissima carrellata, utilizzando tre piccoli testi di tre autori, per andare a vedere se tiene l’ipotesi che là, subito dopo Dante, tra Dante e Petrarca, si sia infilata quella prima crepa che ha fatto saltare la concezione profondamente unitaria che invece il cristianesimo, la storia cristiana fino al 1200-1300 aveva elaborato e fatto propria e che ha nelle grandi sintesi medievali la sua spettacolare definizione. In letteratura la Divina Commedia, la Summa Teologica di Tommaso, il romanico e il Gotico, Giotto nella pittura: è tutta lì da vedere quella poderosa sintesi che ha fatto dell’esperienza umana un’esperienza profondamente unitaria. Quell’unità che è documentata, mi venivano in mente oggi esempi facili, alla portata di tutti. Il Cantico delle Creature è un esempio di questa assoluta unità che l’uomo medievale ha vissuto, dovuta al fatto di sentire religiosamente la vita e le cose. Credo che si possa dire così riprendendo il linguaggio da Dante, ma mi dicono i grandi filosofi che è proprio il contenuto anche della Summa di Tommaso, che la realtà è segno, la realtà dentro cui Dio ci mette è segno di lui. E così tutta la realtà attira l’uomo, invincibilmente, lo muove a possedere le cose, a conoscerle, ad amarle, e servirle, vien da dire con il catechismo. Perché lo scopo della vita io l’ho imparato a tre anni, dalla suora dell’asilo che mi ha insegnato: “Perché Dio ci ha creati? Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell’altra in Paradiso”. Catechismi più moderni mi sembrano un po’ più fumosi ma è una polemica che non apriamo qui. Fede, speranza e carità. Ma questo “conoscerlo, amarlo, servirlo” è nella natura delle cose, è nella natura della ragione dell’uomo, spinta a indagare la realtà dall’attrattiva che la realtà esercita su di lui. L’uomo viene al mondo, apre gli occhi, vede le cose, e ne è invincibilmente attratto perché Dio gli ha dato l’anima che è invece quella cosa che le capre non hanno. Questa invincibile attrattiva che l’uomo subisce da parte della realtà lo muove a scoprire pian piano che ogni cosa se è vero che lo attira non lo soddisfa e ogni cosa rende più acuto il desiderio, lo allarga, sino a far capire all’uomo che l’unica cosa per cui è veramente fatto e che potrebbe veramente saziarlo è l’infinito e l’eterno, cioè Dio. L’uomo si muove alla ricerca di Dio. Questa è la profonda unità che ha vissuto il Medioevo.

Il cantico delle Creature, la prima opera letteraria, almeno questo i testi di scuola lo dicono, che dà inizio alla storia della letteratura è esattamente questo. Perché Francesco parla del sole e della luna e dell’erba? Perché è un vegano ante litteram? È un ambientalista della prima ora? Perché è un uomo così religioso che sente tutto come segno. Sente quel che noi avvertiamo episodicamente, rarissimamente, quando assistiamo a un’alba sulle Dolomiti, o a un tramonto sul mare, o a un affetto potentissimo. Serve questo per avvertire appena appena che quella cosa lì è segno di una cosa più grande, che ci fa mancare il respiro. E per Francesco invece quella cosa lì era ordinaria, lo straordinario era ordinario. Il miracolo non era il sorgere del sole sulle nevi eterne della Marmolada, ma il sorgere del sole tutti i giorni, che piova o che ci sia il sole. E un fiore, e questo tovagliolo bellissimo. Non so, potrebbero averlo sognato i re e i faraoni d’Egitto, e non ce l’avevano un fazzoletto così bello. Francesco dice quelle cose perché sente tutto così, perché ha attraversato tutta l’esperienza umana, sino al dolore, fino a sorella morte, fino al perdono del male, il superamento del male in un’esperienza di misericordia. Si capisce? Perciò sente tutto come simbolo, perciò la letteratura, lo vedremo bene, ha dovuto essere simbolica o, termine tecnico per Dante, allegorica, perché se tutto è segno la parola a sua volta è il segno, è il segno attraverso cui la realtà svela il proprio significato.

Questa concezione unitaria a un certo punto salta. Ma, c’è un altro esempio che volevo farvi e forse lo conoscete già, peccato che non so cantare altrimenti mi metterei a cantare tanto mi piace. È L’inno dell Scolte di Assisi, l’inno delle sentinelle di Assisi, medioevale:

Squilla la tromba che già il giorno finì

già del coprifuoco la canzone salì.
Su,scolte, alle torri,
guardie armate, olà!
Attente, in silenzio vigilate!
Attente o scolte, su vigilate!”

Era l’inno che cantavano quando cominciava il turno di guardia sulle mura della città. Questo il ritornello. La strofa dice

“O nostri santi che in cielo esultate,
vergini sante gloriose e beate,
noi vi invochiam:
questa città
col vostro amore salvate.
Contro il nemico che l’anima tiene,
contro la morte che subita viene,
in ogni cuor
sia pace e bene,
sia tregua ad ogni dolor.
Pace!”

Ma pensate che roba è che uno sente il mestiere della sentinella, far la guardia contro il nemico, sulle mura della sua città per salvare la sua gente, la sua donna, i suoi amici, lo sente come segno pallido dell’unica vera grande battaglia, contro l’unico vero nemico che l’anima tiene, e perciò chiede alle vere sentinelle, i santi e i beati del cielo e gli angeli custodi, di custodire la città e la pace del cuore.

Capite che era gente che teneva insieme tutto, dove tutto era amabile, capibile, comprensibile, ma perché segno di una cosa vera, della Verità. E così potevano tenere insieme quel che da allora in poi è stato diviso. Quell’ora et labora che da secoli e secoli il monachesimo pazientemente elaborava facendo così: pregare era un lavoro e lavorare era una preghiera. Così han fatto l’Europa, una cosetta da niente. Secoli e secoli di uomini che per questa unità della vita hanno costruito tutto quello che noi viviamo e vediamo. E chi è andato in giro un po’ per il mondo avrà in mente quanto si vede questa cosa, che in Italia abbiamo, io pensavo soltanto l’80% del patrimonio dell’umanità, ma è di più! Gli altri non hanno niente. Tu giri in città di milioni di abitanti e non c’è una pietra più vecchia di 200 anni e l’ha messa lì qualche povero cristo che ha fatto su una città. Perché erano i deportati magari. Nazioni intere che non hanno un sasso più vecchio di 500 anni. Non parliamo poi della tavola, perché è lì che capisci cosa è stato. Difenderemo il cattolicesimo a tavola. Mantenete salde le vostre tradizioni mi raccomando. Piaccia o no, la nostra religione è cominciata a tavola e è finita a tavola, a Cana di Galilea con tanto di vino, e se mancava ci pensava lui. Alla fine quel vino si è capito cosa doveva diventare, sangue suo, ma comunque a tavola ha cominciato.

Sui testi, ed è l’ultimo accenno che faccio a mo’ di ripasso, quante volte mi è capitato di vedere, solo perché c’è stato uno scritto di un certo tizio, che il paragrafo, il capitolo intero di storia medievale comincia dicendo “la società medievale era rigidamente divisa in tre classi, oratores, i soldati e i contadini”. Poi uno ci riflette, guarda alla storia, comincia a pensare all’ora et labora per cui i contadini erano monaci e i monaci facevano i contadini, per poi scopre per esempio che il Medioevo ha inventato una cosa che oggi facciamo fatica solo a pensare: gli ordini monastico-cavallereschi. Ordini interi in una unità di concezione della vita straordinaria. Questo per dire che cosa fu il Medioevo.

In quel passaggio là, fra Dante e Petrarca, è venuta meno proprio questa unità. Ha cominciato a sgretolarsi questa unitarietà della concezione dell’uomo e del suo destino della vita. È stata disarticolata per colpa di chi e di cosa non lo so, nel senso che è questione complicatissima come sia potuto nascere dal di dentro di una civiltà cristiana così imponente un baco, un dubbio che io ho identificato un po’ la volta scorsa con la parola nominalismo. Certamente c’è stata quella corrente lì che è cresciuta da dentro il Medioevo, da Guglielmo di Ockham e che ha cominciato a dire “è troppo bello per essere vero”, come una sorta di sfiducia. “Dio che si fa carne, c’è qualcosa che non torna, come possiamo poveri come siamo, straccioni come siamo, conoscere Dio? Come può Dio, l’immenso, l’eterno, l’ineffabile, l’onnipotente, aver deciso di diventare un bambino che aveva i bisogni di tutti i bambini, che aveva bisogno della mamma?” E quella santa donna di Maria ha dovuto assumersi questo compito. E noi ci lamentiamo che dobbiamo aiutare i nostri figli a diventare figli di Dio, ma insegnare a Dio a comportarsi da uomo deve essere stata un’impresa! Un bambino come tutti che doveva capire, se gli dicevi qualcosa si incazzava anche. Qualcuno ha cominciato a dire che forse non è possibile, forse abbiamo presunto troppo. E allora fu un problema, mi pare, di sfiducia nella conoscenza, nel senso, una sfiducia nella possibilità che Dio potesse farsi conoscere in termini adeguati all’uomo, cioè in un rapporto, non in uno sforzo dell’intelligenza. E, come sapete, il processo ha ottenuto poi l’effetto contrario, un razionalismo esasperato che ha fatto della ragione la divinità moderna, coi bei risultati che sappiamo, ma lo vediamo dalla prossima volta.

La cosa che voglio chiarire subito prima di leggere i testi è questa: la posizione che adesso cercherò di descrivere, cioè farvi vedere nei testi dov’è questo baco per cui l’unità evidentemente è saltata o sta saltando per aria non è un’accusa agli umanisti o ai rinascimentali di avere una posizione irreligiosa. Cioè, la cosa da capire è che formalmente è rimasta una società religiosa per lunghissimi anni, per secoli. Fino al ‘700 alla fine tutti i più grandi scienziati, studiosi, erano tutti preti e frati. Voglio dire che non è che improvvisamente da una concezione come quella che ho descritto tipica del Medioevo, si salta e si passa alla negazione dell’esistenza di Dio, della Chiesa. È un processo lunghissimo dove accade più o meno questa cosa: anche qui vi mostro il disegnino per i bambini, ma mi sembra che serva. Abbiamo una concezione della realtà, del Medioevo che è stata accusata di avere Dio al centro dove l’uomo non contava niente, e questo era scritto nei libri di storia fino a poco tempo fa. Questa sarebbe la concezione del Medioevo: Dio tutto, l’uomo niente.

Finalmente poi è arrivato l’Umanesimo che avrebbe fatto cosa? Avrebbe rimesso l’uomo al centro, finalmente. E Dio se ne sta al suo posto, nella migliore delle ipotesi Dio è a margine. È un aspetto della realtà, ancora preponderante magari nelle forme, ancora in una società apparentemente cristiana, ma dove qualcosa si sta spostando. Dio se va bene è un aspetto della realtà. Anche importantissimo, ma solo un aspetto. Dall’essere un aspetto della realtà all’essere semplicemente fuori dalla realtà il passo è breve. Ma se ci sono degli aspetti della realtà che possono essere indagati e conosciuti a prescindere da Dio, vuol dire che Dio con la realtà ha poco a che fare. E dire che ha poco o niente a che fare con la realtà e dire che non c’è proprio, il passo all’ateismo moderno è quasi necessario. Dov’è il baco? Questa è la lettura a posteriori di questo processo di cui certamente i primi non erano consapevoli, ma qual è il baco? Il baco è che non si è voluto riconoscere che non è questa la concezione del Medioevo. La concezione del Medioevo è un’altra ed è questa: non Dio al centro e l’uomo inesistente. Prendete uno dei dipinti di Santa Ildegarda di Bingen che è una monaca coltissima, a cui un monaco un giorno ha detto: “Tu di tutto quello che vedi fai i disegnini, perché dobbiamo vederli tutti”. Lei non voleva, lui l’ha obbligata in confessione e lei si è messa a dipingere le cose che vedeva in sogno. E salta fuori in modo clamorosamente evidente che il problema è che il Medioevo ha una concezione dell’uomo per cui l’uomo è questa roba qui: lui al centro ma in rapporto con il creato, con Dio. Questo è l’uomo, un essere in relazione con Dio. Non esiste se non come relazione con l’infinito, come rapporto con l’infinito, comunque lo si voglia chiamare. Questa è la verità, ci siete? Invece quella lettura ha cominciato a far credere che il problema della civiltà fosse quello di ritrovare una presunta autonomia dell’uomo rispetto a Dio che attraverso la Chiesa naturalmente, lo governava e lo dominava.

È un processo lento, ripeto, che avviene nel tempo, nei secoli, ma che già in Petrarca si documenta in modo clamoroso. Allora io per documentare questa cosa vi leggo qualche bel brano di letteratura. Ho scelto volutamente il brano più famoso, sperando che abbia eco nei ricordi scolastici di qualcuno. Non ho scelto una poesia del Canzoniere ma la famosa lettera che contiene l’ascesa al Monte Ventoso, dove lui dice e confessa il proprio stato d’animo, la propria percezione della vita, dell’amore e delle cose. E sentite che razza di differenza c’è rispetto a Dante. Questa lettera è scritta se non ricordo male nel 1336, 15 anni dopo la morte di Dante. I due sono stati coevi per un certo periodo di tempo, ma era già cambiato il mondo. Se dopo le 34 puntate di Tv2000 avete un’idea di che visione della vita ha Dante sentirete subito stridere per diversità quest’altra posizione.

Petrarca va con il fratello a fare una passeggiata in montagna e la descrive così: [testo inserito a posteriori]

“Oggi spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […] Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena, alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che «l’ostinata fatica vince ogni cosa». Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito, oramai, di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. Deluso, sedevo spesso in qualche valletta e lì, trascorrendo rapidamente dalle cose corporee alle incorporee, mi imponevo riflessioni di questo genere: «Ciò che hai tante volte provato oggi salendo su questo monte, si ripeterà, per te e per tanti altri che vogliono accostarsi alla beatitudine; se gli uomini non se ne rendono conto tanto facilmente, ciò è dovuto al fatto che i moti del corpo sono visibili, mentre quelli dell’animo son invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi; sulla cima è la fine di tutto, è quel termine verso il quale si dirige il nostro pellegrinaggio. […] C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il «Figliuolo»; perché non so dirti; se non forse per ironia, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. E dal momento che tu hai ascoltato gli affannosi pensieri che mi sono saliti nel cuore mentre salivo, ascolta, padre mio, anche il resto e spendi, ti prego, una sola delle tue ore a leggere la mia avventura di un solo giorno. Dapprima, colpito da quell’aria insolitamente leggera e da quello spettacolo grandioso, rimasi come istupidito. […] Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. «Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna. Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute; premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: ‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’. Non sono ancora passati tre anni da quanto quella volontà malvagia e perversa che tutto mi possedeva e che regnava incontrastata nel mio spirito cominciò a provarne un’altra, ribelle e contraria; e tra l’una e l’altra da un pezzo, nel campo dei miei pensieri, s’intreccia una battaglia ancor oggi durissima e incerta per il possesso di quel doppio uomo che è in me». […] Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio e testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande. Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio. Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri”.

Due sentimenti contrapposti che non sa gestire, una tenerezza infinita per l’amico, la patria, è sottointesa la donna, e un sentimento di non virilità, un pentirsi di provare questi sentimenti che gli sembrano poco virili e non saper più mettere insieme i pezzi e dover ricorrere alla conferma di ottimi autori per dire che forse non è proprio una stupidata quella che sta dicendo. Lo capite che per lui la realtà non è più segno, non è più strada, è alternativa. E quando si fa sfuggire questa affermazione terribile “dovevo imparare perfino dai filosofi pagani che la cura dell’anima è quello che dovremmo fare rinunciando alla cura dei beni terreni”. Ma Gesù aveva portato la soluzione del problema, è proprio pagano sentire che per affermare lo spirito devi negare la carne, o per affermare la carne, perché di carne siamo fatti, devi mentire allo spirito. Gesù è venuto perché il verbo si è fatto carne. È venuto perché potessimo abbracciare la donna e amare Dio in quell’abbraccio lì, era venuto perché potessimo godere di stare a tavola e ringraziare la provvidenza e farne godere gli uomini nostri fratelli che non ne hanno e godere della realtà, tutta amabile in quanto ci trascina verso di lui per strade che di volta in volta saranno più o meno faticose, sempre con la croce. Ma la realtà sentita amabile perché abitata, perché c’è di mezzo l’incarnazione.

Per Petrarca questa cosa è come se stesse crepandosi, è come se stesse tornando indietro. Dicevo ai miei alunni un po’ per scherzo un po’ sul serio: “Ho idea che se aveste chiesto a Dante “quando ti sarebbe piaciuto nascere?” Avrebbe risposto “Ovviamente circa 1265 anni fa in una certa capanna magari”, siccome se la tirava un po’, magari fratello gemello di quell’altro. Ma avrebbe potuto Dante desiderare di vivere al tempo degli dei falsi e bugiardi? Poteva? No! Petrarca penso che avrebbe potuto benissimo dire “i classici, la Grecia di Pericle, la Grecia dei grandi”. Avrebbe potuto pensare di saltare il cristianesimo e sentire grandi quei grandi”.

Il problema è che la concezione che poi dopo di loro, (perché ricordiamoci che Petrarca non diceva “è finito il Medioevo, io sono un umanista”), è stata teorizzata e formalizzata è proprio questa: che l’umanità sarebbe partita dal disastro, dall’essere bestie, e poi via via si sarebbe pian pianino evoluta raggiungendo il suo apice, il vertice della saggezza, della bellezza, dell’arte, proprio nella civiltà classica. E che quella civiltà fosse andata perduta con il cristianesimo e l’Europa, e che la nostra civiltà occidentale avesse perciò raggiunto nel Medioevo il punto più basso e che si trattava di risalire di nuovo verso magnifiche sorti e progressive. Ma come? Imitando i classici. tanto più guardiamo i classici quanto più proviamo a imitarli quanto più torniamo su. Si è voluto ragionare così. E guardate che questo ha avuto un influsso pesantissimo in letteratura, arte ecc perché di classicismi e neo classicismi è piena la nostra storia. Guardate che non sto parlando male del classicismo, capitemi bene, sto tracciando un’ipotesi così generale e generica ma che può costituire un filo rosso che fa capire tante cose. Perché altrimenti chiamarlo umanesimo? È un termine che voleva negare che umanisti, umani, fossero i Medievali. Perché chiamarlo Rinascimento? Vuol dire che era morto qualcuno se si tratta di rinascere, no? Cos’è che era morto? L’uomo. Lo facciamo rinascere. E poi siamo pieni di luci che arrivano, l’illuminismo: è arrivata finalmente la luce a smascherare le tenebre. A noi poi c’è pure toccato risorgere un’altra volta con il Risorgimento. Non se ne può più di questa povera Italia, cioè di questa povera Chiesa, che ogni tre per due muore e qualcuno cerca di farla risorgere a modo suo. Questo è, detto con molta semplicità, il problema.

Ma se dobbiamo dire quali sono le caratteristiche di questo nuovo uomo che si affaccia dopo quella che dicono sia stata la crisi del Medioevo, quali sarebbero? Le elenco soltanto, poi andiamo a leggere gli altri due autori e abbiamo finito. Che caratteristiche ha questo uomo nuovo che è il frutto e nello stesso tempo in qualche modo il seme della modernità, della frantumazione della coscienza umana? La prima conseguenza grave, dice il testo, è che l’ideale umano cambia. La riuscita dell’uomo per il Medioevale come si chiama? Quando l’uomo è riuscito nello scopo per cui è venuto al mondo? Quando è santo. Il santo è l’uomo riuscito, è l’uomo che è in nesso con il destino e realizza il compito per cui il destino lo ha voluto, realizza compiutamente sé nel rapporto con l’assoluto.

Questa idea pian piano sparisce per lasciare il posto non più al santo ma a quello che si chiamerà il Divus, tanto che in termini moderni si dice divo quello che per un proprio talento riesce, cioè emerge. La riuscita e il successo in un particolare settore della vita, qualunque esso sia, per lo sportivo, per l’intellettuale, per il giornalista, diventano il criterio. La parola che definisce la riuscita di un uomo nella vita è il successo, in una o in più attività, in più aspetti della vita. Capite che comincia ad attecchire qui una concezione così volgarmente aristocratica della vita, per cui difficilmente un handicappato, un ammalato, uno che muore giovane, cioè la maggior parte delle vite umane, sarebbero persone riuscite.

Se la concezione della vita è il successo tarderanno poco i più accorti a notare che se è così allora legge della vita è “homo homini lupus”, come diceva un filosofo del ‘600. Siamo 300 anni dopo ma è un processo che inizia qui. L’ideale della vita non è più il santo ma il divo, l’uomo che riesce in una particolare attività o in un particolare aspetto dell’esperienza umana.

Potremmo quasi passare subito a Machiavelli. Siamo in pieno Rinascimento. Tra il 1500 e il 1530, Ariosto, Machiavelli, i grandi del rinascimento sono tutti lì. Machiavelli è un teorico, un saggista, un politologo diremmo oggi, che vive in esilio, quindi pure un po’ frustrato perché si sente molto intelligente ma nessuno se lo fila. Ha scritto un’opera famosissima Il Principe. Tutti i testi scolastici e non si affannano a parlarne bene e a dire che solo una lettura particolarmente superficiale può far pensare che Machiavelli fosse così cattivo e depravato. Io non so perché si affannano tanto, quel che è scritto è scritto. Io mi fido più del testo che di quello che hanno commentato gli altri. E identificato lo scopo, capito il contesto culturale, le guerre che ci sono in corso, tutto quello che volete voi, però resta quel che c’è scritto. E Machiavelli ha scritto un’operetta sul potere, su come il Principe, il re, quindi il potere, va secondo lui gestito, va a buon fine. Interessante è evidentemente quando si parla del potere, perché qui parla del principe ma ciascuno è principe a casa sua e tutti abbiamo tutti la nostra fetta di potere da gestire. E come lo gestiamo può andare benissimo in questa direzione, anche se non ammazziamo nessuno durante una cena. Il potere del prete, del padre di famiglia, dell’insegnante, il potere che abbiamo tutti è a tema qui, perché la vita è anche politica, è anche equilibrio di potere, ci mancherebbe altro. Ma il problema è di come li si vive. Nella lettera in cui presenta l’opera dice così:

Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con qualche testimone della servitù mia verso di quella” e già a me che sono dantesco e mi sono innamorato del verso in cui Virgilio gli dice “io te, sovra te corono e mitrio”, cioè sei libero da ogni servitù per la fede. A me di uno che per prima cosa si chiama servo della vostra magnificenza non mi piace tanto…

non ho trovato, tra la mia suppellettile, cosa, quale io abbia più cara, o tanto stimi, quanto la cognizione delle azioni degli uomini grandi, imparata da me con una lunga sperienza delle cose moderne, ed una continova lezione delle antiche, la quale avendo io con gran diligenza lungamente escogitata ed esaminata, ed ora in uno piccolo volume ridotta, mando alla Magnificenza Vostra. “

Insomma, ho studiato tutte le cose passate, mi guardo intorno sulle cose presenti e io ho capito come funziona la cosa, sono una specie di gigante sulle spalle dei nani.

Pigli adunque Vostra Magnificenza questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi cognoscerà dentro uno estremo mio desiderio, che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna, e le altre sue qualità le promettono”.

Ah sì? L’estremo desiderio che hai nella vita è che Lorenzo il Magnifico abbia successo? Auguri il successo al potere e chiami questo il tuo estremo desiderio?

E se Vostra Magnificenza dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, cognoscerà, quanto indegnamente io sopporti una grande e continova malignità di fortuna”.

 

Ma che sfigato sei? Lo so a memoria, mi piace tantissimo leggerlo ma se alla fine uno tira le somme avete in mente quello che dice Dante nel De Monarchia? Di cosa dice del potere nella Divina Commedia, i brani del Paradiso che abbiamo commentato anche qui?

Leggiamo il capitolo XVII del Principe

Nasce da questo una disputa: s’egli è meglio essere amato che temuto, o temuto che amato. Rispondesi, che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perchè egli è difficile, che e’ stiano insieme, è molto più sicuro l’esser temuto che amato, quando s’abbi a mancare dell’un de’ duoi. Perchè degli uomini si può dire questo generalmente, che sieno ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene sono tutti tuoi, ti offeriscono il sangue, la roba, la vita, ed i figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, si rivoltano. E quel Principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altri preparamenti, rovina; perchè l’amicizie che si acquistano con il prezzo, e non con grandezza e nobiltà d’animo, si meritano, ma non le si hanno, e a’ tempi non si possono spendere. E gli uomini hanno men rispetto di offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere”. Ma non è vero! Ma chi te l’ha detto? Ma che brutta gente frequenti? Dante, nel mentre che accusa tutto il male possibile anche impietosamente, e il male di ciscuno di noi, poi ti porta in Paradiso a vedere che quel male lì non è vero che è l’ultima parola. Qui il male è l’ultima parola. “E gli uomini hanno men rispetto di offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perchè l’amore è tenuto da un vincolo di obbligo, il quale, per essere gli uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto”. Un vincolo di amicizia, di amore, siccome è tenuto da un vincolo di obbligo e siccome gli uomini sono cattivi, alla prima occasione di utilità ti fregano. E lo diciamo anche noi ma quando abbiamo perso tutto veramente. Perché per dire una menzogna così bisogna veramente aver perso tutto, se stessi prima di tutto. Invece il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai. Deve non di meno il Principe farsi temere in modo che se non acquista l’amore “e’ fugga l’odio, perchè può molto bene stare insieme esser temuto, e non odiato; il che farà, semprechè s’astenga dalla roba de’ suoi cittadini, e de’ suoi sudditi, e dalle donne loro”. E  basta non toccare il portafoglio troppo pesantemente che gli altri un po’ di bene te lo vogliono. “E quando pure gli bisognasse procedere contro al sangue di qualcuno, farlo quando vi sia giustificazione conveniente e causa manifesta; ma soprattutto astenersi dalla roba d’altri; perchè gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio“.

Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende (pensate alla televisione). Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi, quelli Principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’una con le leggi, l’altra con le forze. Quel primo è degli uomini; quel secondo è delle bestie; ma perchè il primo spesse volte non basta, bisogna ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper ben usare la bestia e l’uomo. (…) Essendo adunque un Principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quella pigliare la volpe e il lione; perchè il lione non si defende da’ lacci, la volpe non si defende da’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto un Signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere”. Cioè tu prometti una cosa ma se osservare quella parola data ti torna contro sei legittimato a non osservarla più. Oppure se semplicemente vengono meno le ragioni per cui avevi dato quella parola. “E se gli uomini fussero tutti buoni, questo precetto non saria buono; ma perchè sono tristi, e non l’osserverebbono a te, tu ancora non l’hai da osservare a loro”. Homo homini lupus. Ma letteralmente. Ripeto, c’è tutta una serie di ragioni di politica, ma il sugo della storia è che si introduce tra gli uomini un modo di trattarsi così.

E hassi ad intendere questo, che un Principe, e massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose, per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla umanità, contro alla carità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato“.

Poi c’è tutta la tesi della fortuna ma non facciamo in tempo a leggerla, volevo solo farvi notare, nel capitolo dove dice che la fortuna è fifty fifty, presenta una concezione assolutamente moderna, perché lui dice: “Non mi è incognito, come molti hanno avuto e hanno opinione, che le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna, e da Dio, che gli uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno“. Insomma molti pensano che l’uomo non possa intervenire a modificare in qualche modo le sorti che la fortuna, o Dio, gli ha assegnato. Quel “o Dio” è assolutamente pleonastico, è un Dio che non c’entra niente. Tant’è che dopo è solo della fortuna che si parla. è un modo di accennare a Dio, quasi per omaggio alla cultura dell’epoca, o magari ci credeva davvero, non lo so, ma è un modo di intendere Dio che lo vede già fuori gioco, con il Dio provvidenza non c’entra già più niente, con il Dio legge dell’universo non c’entra più niente. Che governa le cose è la fortuna e spiega che a suo modo di vedere per il 50% la nostra vita è determinata dalla fortuna, cioè dalle circostanze che ci capitano, e il 50% dalla virtù, cioè dalla nostra libertà. Anche se aggiunge: dalla fortuna il 50% o un po’ meno. E spiega che se si usa bene la libertà i colpi della sfortuna sono meno gravi e meno dolorosi.

Ma c’è questo accenno finale che dice “Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano“. Che idea di donna…noi abbiamo lavorato su Beatrice, ecco qui l’idea di donna che 300 anni dopo Dante ci viene consegnata. Poi nei libri io ho dovuto leggere che nel Medioevo si riteneva che la donna non avesse l’anima, vi sembra? Nel Medioevo si ragionava come Dante, adesso si ragiona così. Da studi che poi ho fatto (perché quella cosa lì mi aveva fatto veramente innervosire, la donna senza l’anima non può stare in piedi), ho scoperto che questa idea deriva da un resoconto di un cronista di un Concilio che non mi ricordo ma recente, che coglie una discussione durante la pausa dei lavori. Due stanno discutendo dell’ermeneutica, della possibile traduzione, in aramaico, poi ebraico, poi greco, poi latino, della parola “donna” durante la creazione. Perché se Dio ha fatto l’uomo, poi ha fatto l’uomo femmina, la traduzione sarebbe “uoma”, insomma una discussione filologica di quelli lì che non hanno niente da fare. Il cronista rileva in questo contesto la domanda “ma se scriviamo uoma potrebbe voler dire che l’essere venuto dopo il primo non è più come il primo e magari non ha l’anima”.Questo è stato estrapolato. Era un problema di traduzione. Ma è possibile che l’Italia si è ritrovata per 50 anni sui libri di storia questa fesseria? Ripresa guarda caso da uno storico inglese del 700 e mai verificata da quelli che han firmato i libri di storia. Ce la siamo beccata come un dubbio possibile, che nel medioevo forse la donna non aveva l’anima.

Le altre due o tre cose le accenno perché le sviluppiamo la prossima volta, giusto per incuriosire. Una è che se Dio ha fatto le valigie bisognerà pure individuare qual è il nuovo punto di riferimento, da dove vengono all’uomo le energie per costruire, per fare, per brigare. Verranno dalla Natura. Si elabora pian piano un concetto di Natura per cui la Natura viene in qualche modo divinizzata, sostituisce Dio. Un panteismo, un naturalismo che nelle leggi di natura senza ulteriori spiegazioni individua il bene. Vivi secondo natura e vivrai bene. Questa idea che è un po’ bacata ma ha avuto degli sviluppi e dei successi clamorosi. Vi faccio due esempi soltanto. Nascerà da qui l’idea, a mio modo di vedere un po’ bacata, che tanto più l’uomo si avvicina allo stato di natura tanto più è se stesso e realizza se stesso. Il mito del buon selvaggio, elaborato da tutta la filosofia del 700, è quella che sostiene che il buon Venerdì la sa giusta e invece l’uomo civilizzato occidentale si è pervertito nella fede e nella cultura e deve ritornare allo stato di Natura per tornare se stesso veramente. Questa è una filosofia che ha formato la pedagogia, ma non quella del 500. All’istituto magistrale dove ho avuto l’onore di fare l’esame finale soltanto per fortuna, l’unico libro di pedagogia di cui era obbligatoria la lettura integrale era L’Emilio di Rousseau, cioè di un tizio che sosteneva questa idiozia e cioè che prendere un bambino per farlo diventare veramente un uomo bastava prenderlo e farlo venir su in un bosco. A contatto con la natura e con un istitutore, che avrebbe avuto perciò un potere assoluto su di lui, veniva fuori uno che a 21 anni entrava nella società e ce la sapeva più giusta di tutti. Ma si può dire una stronzata così e obbligarmi a leggere tutto il libro? Per poi scoprire che il signor Rousseau tre o quattro figli li ha avuti davvero e li ha disseminati negli orfanotrofi di Francia e Svizzera per non occuparsene. Ma quel processo pian piano prende proprio la forma di un vero e proprio culto della ragione, ma di quale ragione? Che cosa lo favorisce? È favorito da fenomeni, da circostanze incredibili che coincidono cronologicamente. Si scopre un nuovo mondo, l’America, ma dovete immaginare che è come se su Marte noi trovassimo i marziani davvero, con le città, cambia tutto. Se dovessimo scoprire che Marte è abitata da altri, capite bene che ci cambia la testa, non siamo più al centro di nulla. Quelli si sono proprio decentrati quando hanno scoperto che dall’altra parte c’era un nuovo mondo. In più proprio in quegli anni lì avviene la Riforma Protestante, 1517, che nasce per ragioni che la prossima volta spiegheremo ma che ha un effetto immediatamente dirompente e terribile perché in nome della fede si scatenano guerre e sono tutte guerre economiche, guerre di potere. Le chiamano guerre di religione, ma sono le guerre di sempre travestite da motivazioni religiose, sono guerre terribili che insanguinano l’Europa in un modo spaventoso. Si comincia a dire “allora è proprio così: se la religione è fonte di divisioni e di guerra e di violenza bisogna trovare un altro punto per mettere insieme gli uomini, forse è proprio l’universale riconoscimento della ragione di cui la natura dota l’uomo, il punto su cui possiamo costruire un nuovo mondo, una nuova umanità, un nuovo radioso avvenire. Buttiamo a mare la religione fonte di divisioni, di guerre, di violenze inaudite e finalmente rifacciamo il mondo come va fatto”. Ma questa questione la approfondiamo bene la prossima volta.

Un accenno a Ariosto lo devo fare. Vi dico solo questo: Ariosto, che è un uomo religiosissimo, come Petrarca del resto, è come se dicesse “certo che la donna dovrebbe essere Angelica, certo che dovrebbe essere la donna angelo che tutti abbiamo sempre sperato, certo che dovrebbe essere Beatrice, cioè capace di portare la beatitudine, cioè ponte tra l’uomo e Dio, cioè angelo, che fa da ponte tra divino e umano. Peccato che non è così e forse non è mai stato così”. Angelica è da una parte niente di angelico nel senso che ogni tre per due finisce per terra letteralmente, buttata già da cavallo. Ma questo è solo il segnale di racconto del fatto che non è più angelo e nemmeno raggiungibile. Cioè tu la desideri così, vorresti fare un’esperienza così, ma non sarà mai possibile perché lei ti tradirà, cioè andrà con un altro. E questa irraggiungibilità della donna è motivo, radice della pazzia. L’uomo impazzisce, l’Orlando è furioso, matto. Anzi, siamo proprio tutti matti perché quando Astolfo va sulla luna trova la testa di tutti quanti. La maggior parte della ragione di tutti gli uomini è sulla luna, non sulla terra, a dire che siamo un mondo di matti. Ma matto è l’uomo perché non riesce più a trovare quel principio che renda unita la vita e renda possibile nel compiersi del rapporto con la donna quel che invece sogna e per cui si sente fatto. Un amore vero, un amore che lo lanci verso il destino, verso Dio. Questa cosa non è più reperibile e la vita diventa un labirinto dove si cerca ma dove tutto è apparenza. Pensate al verbo “parere” che in Dante vuol dire “manifestarsi”. La mia donna si vede che è quella cosa lì. Pare vuol dire appare, essere evidente, mostrarsi. Invece con Ariosto lo stesso verbo è completamente rovesciato, significa sembrare, non è mai quello che sembra. Cioè quello che sembra non è mai la verità, un parere che nasconde il vero invece che manifestarlo. Provate a pensare che tutta la lingua italiana possa nei secoli avere avuto una mutazione così. Capite che lavoro c’è da fare per capire cosa voleva dire Dante quando parlava della donna, dello sguardo, della luce. Perché noi lo conosciamo in termini rovesciati, è fantastico da questo punto di vista. Leggiamo un pezzo de L’Orlando Furioso.

L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia

     Per Italia cercarla e per Lamagna,
Per la nuova Castiglia e per la vecchia,
E poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all’orecchia
Una voce venir, che par che piagna:
Si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
Trottar si vede innanzi un cavalliero,

[5]
Che porta in braccio e su l’arcion davante
Per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
Di gran dolore; ed in soccorso appella
Il valoroso principe d’Anglante;
Che come mira alla giovane bella,
Gli par colei, per cui la notte e il giorno
Cercato Francia avea dentro e d’intorno.

[6]
Non dico ch’ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch’egli tant’ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
Vede portar sì addolorata e grama,
Spinto da l’ira e da la furia rea,
Con voce orrenda il cavallier richiama;
Richiama il cavalliero e gli minaccia,
E Brigliadoro a tutta briglia caccia.

[7]
Non resta quel fellon, né gli risponde,
All’alta preda, al gran guadagno intento,
E sì ratto ne va per quelle fronde,
Che saria tardo a seguitarlo il vento.
L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde
Selve s’odon sonar d’alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
Avea nel mezzo un grande e ricco ostello.

[8]
Di vari marmi con suttil lavoro
Edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d’oro
Con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
Che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
Né più il guerrier, né la donzella mira.

[9]
Subito smonta, e fulminando passa
Dove più dentro il bel tetto s’alloggia:
Corre di qua, corre di là, né lassa
Che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d’ogni stanza bassa
Ha cerco invan, su per le scale poggia;
E non men perde anco a cercar di sopra,
Che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.

[10]
D’oro e di seta i letti ornati vede:
Nulla de muri appar né de pareti;
Che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
Son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
Né per questo può far gli occhi mai lieti
Che riveggiano Angelica, o quel ladro
Che n’ha portato il bel viso leggiadro.”

Notate “di su di giù, di qua di là”, sono le quattro espressioni del vento dei lussuriosi. E lui dice che in questo castello ha trovato tanti di quegli amici, tanta di quella gente a far cosa? È la metafora della vita, la nuova metafora nella vita.

Tutti cercando il van, tutti gli dànno

     Colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:
Del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
Ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;
Altri d’altro l’accusa: e così stanno,
Che non si san partir di quella gabbia;
E vi son molti, a questo inganno presi,
Stati le settimane intiere e i mesi.

 

E leva gli occhi; e quel parlar divino
Gli pare udire, e par che miri il viso,
Che l’ha da quel che fu, tanto diviso. (…)”

Ma che vita è? La cerca ovunque e lei è sempre in un luogo diverso. È bellissimo da leggere, bisogna leggerlo tutto almeno una volta nella vita, ma sentite come è terribile chiamare il volto di lei, lo sguardo di lei “che l’ha da quel che fu, tanto diviso”, quello che l’ha reso matto, che l’ha reso separato dall’uomo valoroso che era. È diventato un pazzo, un cavaliere senza più ideale. L’uomo spezzato. Quello che per Dante era strada dritta, Inferno, Purgatorio e Paradiso verso la meta, con uno slancio, trascinato da lei, qui diventa divaricazione totale, l’amore diventa fonte di follia.

La prossima volta affronteremo il tema della Riforma Protestante, la concezione della Chiesa nella riforma protestante, gli influssi protestanti all’interno della chiesa cattolica fino al razionalismo moderno.

 

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